Estratti da Pandemonium Road

Il vetro del distributore automatico di bibite e snack le rimandò un’immagine di se stessa che non le piacque.
Non c’era niente che non andasse nel vestitino a motivi floreali che Tessa aveva acquistato al mercato orientale del nucleo Trentuno, e la messa in piega appena fatta al nucleo di residenza, il Trenta, metteva in risalto le ampie onde del suo biondo naturale, che creava un piacevole contrasto con gli occhi scuri.
Erano proprio gli occhi, però, il problema.
Fra tre pacchetti di cracker senza nome e una lattina di soda senza nome, lo sguardo era annoiato, infastidito, esausto.
E non perché quelle etichette neutre le riportassero alla mente il tempo in cui, da piccola, era solita acquistare prodotti con un nome. No, quello no. Ormai il trauma era stato assorbito da anni; ma il pensiero di dover affrontare di nuovo Raoul, proprio adesso che stava riuscendo a togliersi dalla testa quell’amore platonico e impossibile che si portava dietro dall’infanzia, la stava devastando. Lui continuava a trattarla come una bimba bizzosa, nonostante fosse ormai un’adulta responsabile e più che attraente. Stronzo! “Attraente”... a parte lo sguardo annoiato, infastidito ed esausto.
Inspirò a fondo e inserì le monete per prendersi una merendina al cocco. La solita. Senza nome. Perché, da quando erano rimasti in pochi, non c’erano più corse ai posti di lavoro, né concorrenza fra aziende, e i prodotti giravano così, fra gente che non aveva problemi di denaro – a parte i soliti ingordi che ne volevano comunque sempre di più – giacché le cose andavano come andavano. Tipo lei, che si trastullava da sera a mattina e da mattina a sera, perché gli orfani della pandemia avevano ricevuto fondi che li avrebbero mantenuti a vita. Tutori stronzi permettendo.
Già tanto che io sia fra i pochi privilegiati che hanno ancora una sorta di parente, d’accordo.
Certo, valutò, dando un’occhiata al desolato parcheggio sotterraneo del grattacielo in cui abitavano in cinque... un meccanico o un fornaio erano utili quanto un venditore di abiti nuovi – non usati come quelli che si trovavano negli appartamenti disabitati – o un rifornitore di distributori come quello, oppure un medico, come Raoul, ma chi avrebbe mai più pensato di fare l’avvocato o l’ingegnere aerospaziale, per dire? Che importava degli extraterrestri se il mondo ormai si riduceva a una lunga e non troppo affollata strada cosparsa di nuclei abitativi attraverso l’Europa?
Rumori. Cigolii dall’alto. Nel vuoto.
Si strinse nelle spalle e sgranocchiò la merenda. Pandemia da resistenza agli antibiotici metabolizzata. Si andava avanti. Bisognava pensare che l’estate era calda ma non troppo, luminosa e allegra. Olé!
Era Raoul che porca miseria... La sera prima se lo era guardato ben bene sullo schermo del comunicatore. I capelli erano ancora leggermente allungati e scuri, non un filo bianco, e gli occhi severi le perforavano l’anima. Si era irrobustito rispetto al giovane che si era preso cura di lei alla morte dell’amico, e forse aveva pure un po’ di pancetta, ma così le faceva addirittura più sangue, accidenti! Un paio di jeans e una virile camicia a quadri rossi. In fondo, a casa, poteva sembrare nient’altro che un taciturno boscaiolo. Ed era uno degli aspetti di lui che le piacevano tantissimo.
Raoul stava al nucleo Dieci, da dove lei si era allontanata un anno e mezzo addietro per cambiare aria. Con grande gioia del suo tutore, ovviamente, che pensava solo al suo bene, ma che nondimeno non mancava di tenersi in contatto per seguire le sue mosse. Cosa che lei mal tollerava, perché non l’aiutava nel proposito di levarselo dal capo una volta per tutte. Tanto era inutile insistere. Per lui sarebbe sempre stata la bimba imprudente che si arrampicava sugli alberi o l’adolescente ribelle che scappava per andare ai concerti rock, anche se lui per lei invece era già un eroe, un guerriero d’altri tempi, un cavaliere senza macchia e senza paura, che salvava le vite in mille modi, compresa la sua.
“C’è una cosa importante di cui dobbiamo parlare, quando presto verrai qui” le aveva detto, con quell’aria scoglionata da padre stufo di esibirsi nella solita ramanzina. Ma che aveva fatto di male, quella volta? E poi, perché era convinto che sarebbe andata a trovarlo presto? “Però lo faremo di persona. Intanto ti mando qualcuno che si prenderà cura di te prima di portarti da me.” Adesso voleva pure trovarle il fidanzato e farsi chiedere la sua mano per togliersi ogni rottura dai piedi? No, basta, non gli aveva nemmeno risposto e aveva chiuso, sentendosi fortissima e onnipotente.
Ma tu guarda che storia...
Continuò a mangiare la merendina, lo sguardo perso nel vuoto, un mugolio di insoddisfazione che rimbombava per l’enorme ambiente pressoché sgombro. Udiva rumori sempre più definiti provenire dall’ascensore interno al parcheggio. Forse qualcuno dal palazzo lo aveva chiamato e stava scendendo.
Alla fine, scema, aveva come al solito selezionato il “localizza” sul comunicatore, per vedere se Raoul fosse davvero al Dieci. Persino sulle cazzate, la metteva in ansia.
Perché invece di pensare a lei non pensava a se stesso, tanto per incominciare? Uno come lui, in giro per la Pandemonium Road, di donne se ne portava a letto parecchie di sicuro. Ma il non averle mai conosciute le alleggeriva il cuore, perché di certo non si trattava di niente di serio. Il giorno in cui gliene avesse presentata una, però, Tessa avrebbe avuto la prova del contrario. Tuttavia le donne erano uno dei tanti argomenti che Raoul si rifiutava di intavolare con lei.
Lei, che aveva tentato più volte di relazionarsi con qualcuno, da quando si era trasferita, ma ai primi appuntamenti già si annoiava a morte. E, se continuava a ragionare da ottimista, era solo perché il viaggio di andata le aveva regalato una sensazione nuova: la certezza che qualcuno, al di là di Raoul, avrebbe prima o poi potuto attirare le sue attenzioni, vista la fissazione che le era presa per quel cantante rhythm & blues incrociato al nucleo Venti. Fissazione che si era evoluta anche meno della cotta per Raoul, dato che il tizio, sceso dal palco, aveva abbracciato una ragazza guardandola con occhi da innamorato cronico, e il viaggio per lei doveva comunque proseguire. Ma quel particolare, quel tuffo nella pancia che l’aveva travolta vedendo quel semidio dalla pelle brunita che si muoveva sotto i riflettori, un ragazzo mai visto prima, un ragazzo che non era Raoul – incredibile! – le aveva dimostrato che una speranza di guarigione prima o poi ci fosse. Non sapeva ancora con chi sarebbe successo, ma era finalmente disposta e di conseguenza determinata a farselo succedere.
D’un tratto, la sua attenzione fu catturata dal tizio del terzo piano che stava uscendo dall’ascensore. Ciondolava, come se fosse ubriaco, e la luce mattutina, che entrava dirompente dalla saracinesca per il passaggio delle auto, glielo mostrò ancora più annebbiato di quanto probabilmente non fosse.
In effetti, era in grado di reggersi sulle gambe, camminare e mantenere una direzione, ma, come lei, aveva qualche problema nello sguardo. Più che infastidito, però, sembrava spento.
«Tutto okay?» provò a chiedergli.
Niente. Nessuna risposta. Lui continuò ad avanzare pericolante, le braccia penzoloni lungo i fianchi. Tuttavia la guardò e si mise a fissarla muovendosi verso di lei. Pareva uno zombie. Anche se non procedeva lentissimo come uno zombie. E cominciò a preoccuparla.
Un passo all’indietro. E lui aumentava la velocità. Due passi all’indietro. E lo sguardo vacuo, visto più da vicino, la disorientò...
***

Era sempre eccitante per Jacko guardarsi allo specchio mentre Aisha gli faceva la barba. I dreadlock crescevano selvaggi ma curati per entrambi – per quanto, nonostante i tempi che correvano, ci fosse ancora gente convinta che non si potessero lavare – e per lui era maniacale soprattutto mantenere la sagoma del pizzetto scuro che quasi si confondeva con la pelle caffellatte, leggermente più chiara di quella di Aisha.
Originariamente discendente – per diverse generazioni di deportati – afro, era ultimamente un po’ cubano, un po’ giamaicano, ma aveva nel tempo inglobato anche ascendenze sioux, irlandesi e olandesi, per cui la sua faccia, fra zigomi e labbra, andava dal bianco colorato al nero smussato, e si rivelava un misto di geni che Aisha descriveva in adorazione come “il meglio dell’universo”; cosicché lui cercava di accontentarla mescolando all’r&b tanti elementi vari e variabili quali pop, rock, soul, reggae, metal, ballate, violino, voglia di saltare, eros e malinconia, nell’unica commistione fra generi – in tutti i sensi – razze e colori ormai possibile e credibile sulla Pandemonium Road.
Scrutare la sua donna di sbieco mentre si prendeva cura di lui e osservarla al contempo nella lastra riflettente in quel gesto di estrema intimità e tenerezza lo riempiva di gioia, e il momento che preferiva era quando i mugolii di concentrazione di lei trasformavano a poco a poco quella gioia in qualcosa di più sensuale. Piccola e minuta, Aisha doveva sollevarsi sulla punta dei piedi per seguire al meglio i tratti del suo volto, e quell’instabilità rendeva le sue perdite d’equilibrio più piacevoli che pericolose.
«Sei stupendo, amore» mormorò Aisha. «Ancora non riesco a credere che uno come te abbia scelto proprio me.»
«Sciocchina...» replicò, per l’ennesima volta in sei anni. Sei anni che vivevano insieme in quel nucleo numero Venti da quando erano sbarcati dalle vecchie Americhe. Si erano conosciuti a bordo di uno dei pochi transatlantici che ancora recuperavano uomini sui continenti più desolati, per radunarli sulla Pandemonium Road, e avevano ricominciato in tre quella nuova vita.
Nel Venti non si stava male. L’area era favorevole per clima e risorse, e diversi nuclei erano organizzati a seconda delle varie culture, per favorire l’ambientazione. Lì intorno vivevano perlopiù africani o neri già occidentalizzati nei tratti e nel background come lui, ma la gente era comunque poca dappertutto e non era difficile farsi spazio. Ultimamente girava pure un asiatico, doveva essere nel giro delle ronde dell’ex centrale di polizia. Ovunque si parlava l’inglese standard e per loro la lingua era stato l’ultimo dei problemi. Certo, quel microcosmo non era un nuovo Eden. Tanti luoghi ormai assomigliavano o a devastati territori di battaglia o a città abbandonate da decenni, e persino all’interno dei nuclei numerose case e palazzi erano l’emblema del vuoto.
«Sì, sono una sciocca, mentre tu sei l’uomo più intelligente del mondo.»
Gli dispiaceva aver dovuto abbandonare i sogni di bambino. Aisha stava esagerando, ma, in effetti, aveva sempre sperato di dedicarsi alla fisica o all’ingegneria aerospaziale, per studiare l’eventualità di raggiungere nuove forme di vita. Però che importava adesso al mondo degli extraterrestri o del suo quoziente intellettivo ben oltre la media? Si occupava perlopiù del ripristino delle abitazioni per una ditta senza nome del nucleo, e la sera, talvolta, portava avanti la band rhythm & blues per divertirsi con gli amici del Venti.
«Chissà, magari saranno gli alieni a venire da noi.» Era persuaso che Aisha lo avesse seguito nei pensieri, da quanto non si nascondevano mai nulla. «Con tutto il posto che c’è...»
«Così nel tempo libero ti metterai a confabulare con loro» replicò, con una punta di acidità, «e rientrerai prima la sera.»
«Uhm...» La faccenda della band andava chiarita. L’eccitazione nel frattempo si stava smontando, non pareva proprio il momento adatto.
Aisha cominciava a essere un po’ troppo insofferente per i suoi gusti, visto che oltretutto non aveva niente di cui preoccuparsi. Gli occhi per vedere le altre donne li aveva come tutti, ovvio. E non nascondeva a se stesso di essersi lasciato travolgere, mesi addietro, anche se solo con lo sguardo, da una bella ragazza fra il pubblico che gli aveva dato la carica per arrivare fino in fondo, in una serata disturbata dalla gelosa e inusuale presenza di Aisha. Si era addirittura sentito in colpa nel rammaricarsi per non averla più vista. Forse era solo di passaggio. Ma non avrebbe tradito mai la sua donna, sebbene lei si mostrasse sempre impaurita, ritenendosi inferiore in tutto e per tutto. Però non poteva negargli svaghi innocenti! Se continuava a rompere con quella faccenda della musica e dell’educazione di Sam, di cui pretendeva il monopolio per questioni di sangue, cominciava a infastidirlo sul serio. Ma la sera avanti aveva suonato al pub del Ventuno e, quando gli show erano freschi, lei era sempre leggermente più acre. Le sarebbe passata.
«Sto guardando una storia di paura.» Sam era appena apparso nel vano della porta con la sua aureola di fitti ricci e il visore portatile in mano. Appariva una versione in miniatura di Aisha, ma era cresciuto assai da quando lo aveva conosciuto a pochi mesi tra le braccia della madre, sul transatlantico. Il padre non aveva voluto saperne, e lui lo aveva cresciuto come un figlio suo. «Ve la racconto?»
«E perché vorresti spaventare pure noi?» gli chiese.
«Ascolta, c’è una strana creatura fatta di gelatina che si chiama Blob» esordì il bambino, facendo finta di non aver sentito la domanda. «Viene dallo spazio e si mangia la gente.»
«Fico!» spalancò gli occhi nei suoi.
«Lo stai traviando» interloquì Aisha, con falso rimprovero. «Abbiamo già visto un sacco di volte questa storia, è vecchissima.»
«Però è divertente» le rispose, mentre lei gli stava tamponando gli ultimi residui di schiuma da barba sulla faccia con la cocca di un asciugamano. «Così com’è divertente quando mi senti suonare, vero Sam?» buttò lì, in cerca di un alleato.
«Ma quand’è che suoni in qualche posto diverso dal garage? Così posso venire anch’io!»
«Quando sarai più grande» rispose Aisha, infastidita, tuttavia dando evidentemente per scontato che lui non avrebbe smesso mai. Lo fece ridere.
«E nel garage devo andare proprio adesso» sbottò, incamminandosi nel corridoio. «Ho da cambiare una corda del basso. Vieni con me, campione?»
«No, voglio finire di vedere il film» ribatté Sam, correndo verso la sua cameretta col visore stretto fra tutte e due le manine.
«Non vai a lavoro oggi?» gli chiese Aisha.
«No, oggi non ce n’è bisogno» disse lui, aprendo la porta d’ingresso. «Mi dedico al mio hobby senza farti stare in pensiero.» E le rilanciò un occhiolino, uscendo di casa.
Le villette a schiera della zona non erano del tutto abitate, ma i pratini e gli orticelli erano curati ovunque, perché gli anziani si divertivano a passare il tempo occupandosi di giardinaggio. E tutti avevano sempre ortaggi freschi. Lui stesso si era interessato del nuovo aspetto degli edifici: casette rosa, persiane verdi, porticine color marrone. Uno scenario un po’ da fiaba, un po’ per fantasticare sui quartieri statunitensi che da bambino poteva permettersi di vedere solo nei telefilm. Non amava molto quei nuclei in cui gli scheletri dei vecchi palazzi si mischiavano alle nuove costruzioni. Il suo era un piccolo universo in cui le nuove famiglie nate dalla pandemia si sarebbero sentite serene e al sicuro. Adesso avrebbe potuto sfruttare anche più di una casa, ma quella in cui vivevano era più che sufficiente.
Di garage a disposizione per loro ce n’erano tre. Due per le auto, sua e di Aisha, e uno per gli strumenti e le prove con la band.
Aprì la saracinesca e lasciò che il sole già alto del mattino inondasse il caotico ambiente rimasto chiuso dal giorno avanti. Ricordava che i suoi genitori avevano la necessità di lavorare di più, quando viveva ancora con loro e non era scoppiata la pandemia, e si era sempre chiesto se fosse una fortuna o una sfortuna, perché il cervello in qualche maniera doveva comunque rimanere in movimento. Così come il corpo. Lui si allenava da solo, faceva sport, ma anche la mente andava mantenuta in esercizio. Per lui quell’esercizio era la musica, e la scrittura delle canzoni.
Si avvicinò alla custodia del basso elettrico poggiata contro una mensola, rigorosamente dalla parte delle corde, affinché il manico si imbarcasse il meno possibile, e la lisciò come si può fare con un animaletto domestico a cui si tiene molto. Sam voleva da tempo un cane. Presto lo avrebbe accontentato. E presto forse avrebbe chiesto ad Aisha anche un bambino tutto suo, ora che la situazione pareva stabilizzata. A quel punto si sarebbe tranquillizzata pure in merito alla faccenda della band.
La musica fra l’altro portava un’entrata in più non indifferente. Il membro anziano del gruppo ripeteva in continuazione che ai suoi tempi era morta, non ci si campava più, né con i dischi, né con i libri, né con l’intrattenimento sui visori... con niente che avesse a che fare con la creatività. Ormai erano rimasti solo dj che lanciavano loop e suoni campionati, libri-cloni sgrammaticati, programmi spazzatura e cronisti tanto improvvisati da risultare finti. E invece la pandemia qualcosa di buono aveva portato, perché le risorse erano sufficienti per tutti e chi era rimasto aveva bisogno di divertirsi. Chi ci sapeva fare era ben retribuito, e sembrava che in molti apprezzassero i suoi pezzi originali.
Doveva comporne di nuovi a breve. Quelli, però, con la chitarra, appoggiata poco più in là. Ma erano le ritmiche gravi e suadenti del basso, lo scandire morbido delle battute, che lo facevano sentire vivo.
Fece per acciuffare un reader sulla mensola, quando notò una strana pasta violacea, gelatinosa, appoggiata sul ripiano.
Sbuffò un sorriso. Ecco perché Sam non era voluto venire con lui. Era intenzionato a fargli uno scherzetto collegato al film di fantascienza che stava guardando, quel birbante!
D’istinto, allungò una mano per tastare la consistenza della gelatina, ma il cuore gli balzò in gola e uno schizzo gli tolse il respiro.
Chiuse gli occhi, e intanto sentiva quella strana sostanza forzargli la bocca, impedendogli di gridare, ma il fluido mobile cominciò a farsi spazio nel naso, facendogli male o forse no, otturando le vie di respirazione e costringendolo a prendere fiato con la bocca, dove un fiotto risalì verso l’alto come muco.
Jacko cadde in ginocchio con la testa fra le mani, la voce soffocata, il respiro che a poco a poco tornava, mentre il fluido si muoveva come catarro purulento, facendosi largo sotto i palmi, entrando nelle orecchie e ottundendo tutti i rumori come sott’acqua.
Dopo un po’, percepì che non faceva malissimo, era come cercare di soffiarsi il naso senza riuscire a liberarsi, ma la paura gli rubava il fiato, e la coscienza lo stava pian piano abbandonando.
Sgocciolii. Ronzii. Respiro. Battito del cuore. Respiro. Battito del cuore...

Può un breve viaggio attraverso il caos ribaltare gli amori di una vita?


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