Estratti da Luna di notte

Dunia si alzò, finendo di trangugiare l’ultimo boccone. Era squisito. E si affacciò sul cunicolo che, non appena la vide arrivare, quasi fosse stato animato anche lui, si trasformò in un monolocale. Visto dalla grotta, pareva di lusso. Dall’enorme letto ricoperto con lenzuola pulite allo stanzino con gli splendenti servizi di marmo.
«Lui qui non potrà entrare» sentenziò l’entità incorporea.
«Ma è così ben servito pure Elias?» chiese.
«No, Elias è sporco come la sua anima.»

(...)

Improvvisamente, sentì che il materasso si abbassava dietro di lei, come se qualcuno si fosse sdraiato sul letto, e il cuore le balzò in gola. Rimase in silenzio, col respiro trattenuto. Il fruscio dell’entità era svanito. Bulkruth non parlava. Elias non poteva entrare.
Puzza di zolfo...
Poi, si fece coraggio, e si voltò.
Con uno scatto balzò giù dal letto e rimase a fissare l’immagine che si era trovata a lato.
Una gigantesca forma umanoide dai muscoli lucidi e neri se ne stava sdraiata su un fianco, disinvolta, con la testa sormontata da corna appoggiata su una mano che terminava in lunghi artigli. Gli occhi di brace gettavano lampi sulle lenzuola e qualcosa di viscido e grinzoso si dipartiva dalle ampie spalle.
La figura si alzò a sedere e Dunia indietreggiò di qualche passo.
Quelle cose che sgusciavano dalle sue spalle erano ali. Enormi ali di pipistrello a riposo.
La faccia scura e spigolosa aprì una sorta di sorriso e lunghe zanne gialle lasciarono scivolare fuori la voce di Bulkruth: «Ti senti sola?»
«Bulkruth?» provò a indovinare, quasi certa della risposta.
«Al suo servizio.» E il demone fece un gesto con un artiglio come per invitarla a tornare al suo posto.
«Non così sola, diciamo.»

(...)

Il nuovo spiazzo non era pavimentato. Davanti a loro si apriva una voragine di cui non si intravedeva il fondo, e l’accesso ai cunicoli sulla parete antistante era garantito solo attraverso uno stretto ciglio che correva tutt’intorno alle pareti laterali.
«Tu sei pazzo!» gridò Elias, rivolgendosi a Bulkruth. «Credi che ci cascherò tanto facilmente?»
«E tu credi che si tratti di quel burrone?» Bulkruth accompagnò la sua risposta con una sonora risata. «Non vedi che la grotta prosegue? Lo sanno tutti che il burrone s’incontra solo alla fine.»
«Tu puoi far apparire e scomparire tutto quello che vuoi» osservò Elias. «Chi mi dice che le aperture dall’altra parte siano reali?»
«Pensi che metterei a rischio anche Dunia?» ribatté il demone.
Elias rimase un attimo a fissarlo, perplesso, poi rispose: «Tu la salveresti, se cadesse. Anche se non si trattasse di quel burrone e io tentassi di spingerla per farla fuori. L’ammazzerò quando mi farai uscire da qui.»
Non è questo, vero? Dunia provò a raggiungere Bulkruth col pensiero.
Certo che no, le rimandò lui, puntuale. Quello vero è più avanti.
Tirò un sospiro di sollievo. Sarebbe stato troppo presto per mettere in atto il piano di Jeremiah. Ancora non sapeva come fare.
«Andiamo, Elias» lo incalzò lei. «Uno alla volta, così non hai paura che io possa buttarti di sotto.»
«Io? Paura di te?» chiese lui, sbigottito e risentito. «Andate tutti e due a farvi fottere!» E s’incamminò lungo il ciglio, tenendosi rasente alle rocce con la schiena.
Fu a quel punto che Dunia si sentì le gambe molli. Bulkruth l’avrebbe parata davvero come una rete, se lei avesse appoggiato un piede nel punto sbagliato? Gli lanciò uno sguardo angosciato e non seppe se gioire o disperarsi per le parole del demone.
«Su, Elias! Fai il cavaliere. La lasci da sola?»
«Mi prendete per idiota?» sbottò Elias, procedendo a piccoli passi.
Dunia si fece coraggio e si avvicinò al ciglio. Elias era abbastanza lontano da non temere una spinta. E, a dirla tutta, Dunia non era neppure sicura che sarebbe riuscita ad arrivare dall’altra parte. Una sola occhiata al burrone le bastò per decidere di guardare in alto. La visione del vuoto le aveva dato agitazione di stomaco, e la testa che girava le ricordò che, forse, un’occhiata in basso per vedere almeno dove mettere i piedi avrebbe dovuto darla. Ma non ce la faceva. Tutto le riportava alla mente l’episodio nel bosco incantato di Fulke, quando l’aveva costretta a strisciare lungo il ciglio delle finte sabbie mobili magiche, quando ancora non era certa di potersi fidare di lui, quando ancora non aveva capito che in realtà Fulke stava fingendo proprio perché anche lui avrebbe voluto capire se fidarsi o meno. E quelle immagini, quei ricordi, quella visione sul vuoto, le vertigini, il terrore, non la spronarono certo ad andare avanti.
«Aiutami!» mugolò.
Lo sguardo che Elias le rimandò le fece soppesare l’assurdità della sua richiesta. Non capiva più niente dalla paura, e il fatto che Elias fosse l’ultima persona al mondo che avrebbe potuto aiutarla non le aveva nemmeno sfiorato il cervello. L’aspetto più paradossale di quella situazione era che continuava a non importarle, e in quel momento avrebbe voluto solo potersi aggrappare al suo braccio, dato che Bulkruth era rimasto impassibile dov’era.
«Su!» insisté. «Non hai ancora capito che manca ancora troppa strada perché sia il burrone giusto?»
Elias continuava ad avanzare, distanziandola. «Di là c’è un pranzo che ci aspetta, e non ho intenzione di restare qui.»
«Allora te ne rendi conto anche tu che quei cunicoli sono veri, che non siamo alla fine della grotta?»
Elias ringhiò. «Cosa vuoi che faccia?» Si bloccò e le lanciò un’occhiata irritata. «Che venga costì e che ti prenda in braccio?»
Un nuovo sguardo al burrone le fece apparire l’idea non troppo malvagia. «Aspettami!»
Lui lanciò gli occhi al cielo e restò fermo dov’era. Finalmente, aveva ceduto! Cercò di velocizzare i passi e di raggiungerlo, mentre lui borbottava: «Vedi che ce la fai anche da sola?»
«No, aspettami!» ripeté lei, avvicinandosi sempre più a lui. «Ci sono quasi.»
Infine, la sua vicinanza la rassicurò. Avrebbe voluto prendere a testate la roccia da sola, ma si sentiva in effetti più sicura. Elias non l’avrebbe uccisa, voleva uscire fuori. E ammazzarla poi. Il burrone era più pericoloso di lui, per il momento.
Ma, in quel mentre, una pietra si staccò dal ciglio, togliendole terra sotto i piedi, e a Dunia balzò il cuore il gola, mentre si appiattiva contro la parete, aiutata inaspettatamente dal braccio di Elias.
Quando il cuore terminò la sua lunga corsa, ritornando a ritmi più lenti, Dunia si voltò verso Elias e vide paura e irritazione nel suo sguardo.
«Non ti avrebbe fatto piacere vedermi precipitare là sotto?» gli chiese, ansimante. «Non riesci più a stare senza di me?» insisté, mascherando la tensione con l’ironia.
Lui fece una smorfia. «Mi annoierei a morte.» E si voltò di scatto per proseguire nel suo cammino. «E poi non so se Bulkruth avrebbe mantenuto la promessa di farmi uscire, nel caso avessi lasciato che tu ti sbriciolassi.»
Quando arrivarono dall’altra parte, Dunia tirò un sospiro di sollievo e si lasciò cadere a terra, contro la parete di roccia.
«Avanti!» proruppe Bulkruth, ricomparendo sul loro lato e facendola sussultare. «Oltrepassato questo cunicolo, vi servirò il pasto.»
L’occhiolino di Bulkruth non stimolò né la sua fame né la sua voglia di alzarsi dalla sabbia, e Dunia avvertì con stizza e sorpresa la presa della mano di Elias che la rimetteva in piedi con energia. Giorni e giorni di minestra dovevano essere indubbiamente più stimolanti, in tal senso.


È possibile, senza magia, redimere il Male?




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