Estratti da Le spose della notte

Due tronchi come una “V”, e Fulke in mezzo, aggrappato alle cortecce.
Immerso nel suo ambiente naturale, appariva diverso, più evanescente, confuso con i colori e le linee del bosco. Indossava solo un paio di pantaloni color della terra, tuffati in scarponi di cuoio, e a torso nudo sfidava il gelo della stagione, come immerso in una bolla di calore arrivata forse dal nulla, o forse da Bosco Nevoso. Non c’era niente di sensuale in quella figura, eppure Dunia sentiva impellente il bisogno di avvicinarsi, di abbracciarlo e di fondersi a lui.
Non poteva essere sorpreso di averla vista, non poteva essere stupore o curiosità l’aria disegnata sui suoi tratti, quasi che Dunia non dovesse dare per scontato che la stesse ormai seguendo da un pezzo. Doveva essere per l’ambiente, per l’atmosfera, per il fondale fiabesco contro il quale si stagliava, che il suo sguardo non appariva quello di sempre.
Era più cupo, attento, arcano e, se Dunia avesse potuto toccarlo, lo avrebbe fatto, ma solo per cercare di capire se si trattava davvero di lui, o di qualcun altro. Qualcos’altro. Un sogno, una visione, una proiezione della sua stessa mente.
Ma non poteva.
Se ne restava lì, muto, immobile, con lo sguardo fisso in lei, e non si decideva a parlare, nonostante fosse ormai chiaro che lo aveva scorto tra le frasche.
Il dilatarsi del tempo infuse in Dunia il timore che stesse per accadere qualcosa di diverso, o perlomeno di insolito, così come era insolito l’atteggiamento di Fulke. Non riusciva a percepire se si trattasse di qualcosa di negativo o di positivo. Le sensazioni erano contrastanti, e rimase immobile anche lei, nell’attesa che accadesse quel qualcosa. Fissa nel suo sguardo. Finché non cominciò a sentirsi abbracciare da uno strano torpore.
La testa prese a girarle e il cuore a batterle più forte, nella certezza che non potesse essere tutto così positivo. Così fu costretta a piegarsi sulle ginocchia e ad appoggiarsi al terreno fradicio con la punta delle dita prima, con tutti i palmi poi.
Si sentiva ubriaca, ebbra di sensazioni, colori, profumi, suoni, che presero a vorticarle per i sensi finché non vide gli scarponi di Fulke comparirle davanti agli occhi.
Si sedette e si accasciò sempre più, incapace di compiere movimenti e di pensare se non al fatto che tutto quello non andava bene, che c’era qualcosa di sbagliato e che non riusciva a capire cosa.
I rami sopra di lei si plasmavano come braccia e le radici emergevano dal terriccio quasi fossero dita adunche pronte ad afferrarla, mentre tutto si distorceva in un amalgama di colori che sfumava dal verde al marrone, dal marrone al verde. Mille occhi si accesero fra le ombre e i nodi delle cortecce assunsero sembianze umanoidi. Sussurravano, bisbigliavano, parlavano in una lingua sconosciuta che si faceva musica alle sue orecchie, inebriandola sempre più, in un connubio di spirito e materia, forme e linee evanescenti che si scambiavano di posto fra sagome che si incastravano e giochi di luce che le ammorbidivano.
Fulke si era inginocchiato di fronte a lei e le tendeva una mano.
Gli occhi color del miele balenavano in sintonia con l’humus dell’autunno colpito dai raggi del sole e acquistavano una sicurezza e una determinazione che mai avevano avuto fino a quel momento.
Continuava a tenderle la mano.
Nell’incoscienza di quel torpore, Dunia fece quasi per afferrargliela, ma lo sforzo che le richiese quel movimento le ricordò che non avrebbe dovuto desiderare di raggiungere le sue dita tanto fortemente da realizzare le sue intenzioni.
Eppure qualcosa si agganciò alla sua mano, qualcosa di duro e di freddo, di materno e rugoso, gliela sfiorò e le diede la forza di tornare a issarsi almeno sulle ginocchia, qualcosa che somigliava a un ramo, e che forse lo era.
Quel tocco, a poco a poco, la riportò alla realtà. L’effetto di quella droga misteriosa svanì e Dunia si ritrovò improvvisamente a fissare Fulke, inginocchiato di fronte a lei.
Il suo primo istinto fu quello di allungare un braccio, per accertarsi che la barriera ci fosse ancora; poi, quando se ne fu assicurata, di chiedere: «Perché mi hai teso la mano? Sapevi che non potevo afferrarla.» Inspirò profondamente e si passò l’avambraccio sulla fronte, ma Fulke non rispondeva. E di nuovo fu presa dal dubbio che si trattasse solo di una visione. «Volevi che cedessi? Che desiderassi afferrartela per rompere la barriera?» Il fatto che Fulke continuasse a non rispondere la portò subito a pensare di essere nel giusto. Che ci avesse provato davvero. Che non ci fosse riuscito e che adesso non sapesse cosa risponderle...

(…)

«Come facciamo con le Ondine? Non c’è un corso d’acqua qua dentro» rilevò Diamara.
«Andiamo al piano di sopra, riempiamo la vasca da bagno e rivolgiamo le candele verso ovest» rispose Dunia, dopo aver riflettuto alcuni istanti. «Portiamo tutto su!»
Furono costrette a compiere diversi viaggi per trasportare le pietre; infine tutto fu pronto per essere imbastito intorno alla vasca colma d’acqua in cui già stavano affiorando miraggi di pesci.
Dopo essere entrate nel cerchio protettivo e aver declamato preghiera e invocazione, Dunia si accinse a conferire con l’Ondina. L’immagine sbocciò come un rilievo sulla superficie dell’acqua e si forgiò tersa, aumentando di dimensioni. I capelli grondavano come alghe e il collo di cigno riluceva e cangiava fra mille spruzzi.
Un fruscio vitale si fece parola: «Benedetta sia la vostra vita che dai miei fluidi nasce.»
Dunia tirò un sospiro di sollievo. Le Ondine erano sempre state i suoi spiriti preferiti, perché tergiversavano poco ed erano più gentili e rispettose degli altri. Proprio per quello Titania le lasciava sempre a lei, che non era molto abile a pazientare con gli altri.
«Per salvare queste vite dobbiamo ricevere una protezione che va al di là delle nostre possibilità» confessò all’Ondina.
«Qualcuno può aiutarvi, dategli ascolto.» E lo sciabordio della sua gola gorgogliò d’ansia. «Arriverà.»
«Sabisto?» chiese Diamara, volgendosi verso Dunia. «Intende dire che dobbiamo seguire il consiglio che ci darà Sabisto?»
Dunia scosse il capo, innervosita. Doveva pensare in fretta a troppe cose. «Ci stai suggerendo di seguire i consigli di Sabisto?»
«Consigli di lombi...» la “s” sciacquava, la “g” gorgogliava, la “b” ribolliva, «... carichi d’amore.»
Sì, in effetti le Ondine erano le più malleabili, ma anche le più mutevoli e torbide. «Perdonami Signora» si scusò Dunia, tentando di risultare il meno offensiva possibile, «ma le tue parole non ci appaiono tanto limpide quanto sei tu.»
Come risacca, l’Ondina si tirò indietro e rimpicciolì. Titania lanciò la mirra.
«Donne, è chiaro come il sole che si riflette sui miei seni.»
Sì, certo...
«Tu che regoli le maree e i flussi del ventre, che sai dirci del richiamo finale dei nostri sogni?» insisté.
La risata s’innalzò cristallina. «Io inneggio al piacere, ma guardatevi da chi l’otterrete.»
E l’Ondina venne fagocitata dalla vasca.

(...)


Le mani oniriche di Elias scivolavano di nuovo sul suo corpo e Dunia tratteneva il respiro cercando disperatamente di svegliarsi. Da un lato c’era la paura - assurda, perché si rendeva conto di trovarsi in un sogno - che lui potesse accorgersi che la barriera era caduta, ma forse era solo un residuo del timore della serata al locale; dall’altro c’era invece il terrore che tutto quello potesse piacerle davvero, che lo sguardo di Elias riuscisse a insinuarsi negli angoli più reconditi della sua anima, così come le sue dita stavano facendo sul suo corpo; ma le palpebre restavano serrate sulle immagini dei capelli di Elias che le spiovevano sul seno.
Ne sentì il respiro come se fosse stato davvero lì, sopra di lei, e Dunia appiattì la testa contro il cuscino, lottando contro le sue stesse mani che scivolavano lungo le braccia del mago puntate sul materasso.
Il pentacolo le ciondolava davanti agli occhi, cullandole la vista e i fianchi, e spingendola a muoversi verso Elias, a cercarne la pelle, la carne, il calore. Tutto.
Quando le afferrò la testa per i capelli, attirandola a sé, si ritrovò a pensare di non aver paura. Era solo un sogno. Avrebbe potuto lasciarsi andare. Non le sarebbe successo niente.
Ma le labbra di Elias si erano arrestate a pochi millimetri dalle sue, leggermente sorridenti. Con aria di... sfida.
Era lei, che voleva andare avanti, a quel punto. Era lei, che non riusciva più a fermarsi.
Tutta colpa del ciondolo, sicuramente. Unita alla spavalderia della certezza che non stesse avvenendo davvero.
La punta della lingua di Elias le sfiorò lievemente il labbro inferiore e Dunia s’inarcò sotto il suo peso, pronta a cedere, mentre le dita di lui le scivolavano fra le cosce, dilatando piacere e supplizio.
Gli affondò le mani fra i capelli e lasciò che scendesse sempre più giù, tracciando con le labbra e la lingua un percorso ineluttabile.
Tu che regoli le maree e i flussi del ventre...
Una scarica di adrenalina. Di desiderio e paura.
Poi, la voce dell’Ondina: Io inneggio al piacere, ma guardatevi da chi l’otterrete.
Con uno sforzo immane, diretto all’interruttore della lampada sul comodino, gli occhi di Dunia si aprirono finalmente sulla camera da letto. Illuminata. Ed Elias non c’era più.
Era stato di parola. Era tornato a trovarla presto. E, di nuovo, pur se solo in sogno, aveva eluso ogni protezione.



I potenti maghi che stanno cercando di sedurti possono dire il falso o il vero. Solo tu puoi scoprire chi ha ucciso le tue compagne di congrega.




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