Estratti da La fine della notte

L'eterno dilemma del gentil sesso: il bravo ragazzo da sposare o il figlio di buona donna? E qui la situazione si faceva ancor più paradossale, dato che il bravo ragazzo da sposare si trovava in prigione, e il figlio di buona donna si era trasformato in agnellino, a quanto pareva...

***

Non l’aveva neanche fatta finire di parlare. Jeremiah aveva chiamato il suo medico di fiducia, l’aveva caricato sul jet privato e si era diretto verso l’area di Dunia. Per quanto in stato interessante, quel viaggio sarebbe risultato meno pericoloso di una sua permanenza lì. Avrebbe guidato lui.
Era gonfio di rabbia. Poteva comprendere i motivi per cui Dunia gli aveva tenuto nascosto di essere incinta di suo fratello, ma, data la presenza di svariati membri della Loggia in quell’area, sarebbe stato meglio tenerla sott’occhio. Lei come il nascituro. Era vero che Dunia non era al corrente dei movimenti sotterranei che ancora si facevano sentire, e che non appena ne aveva avuto il sentore lo aveva avvertito, ma non avrebbe potuto immaginare che lì, da sole, senza nemmeno l’apporto di Wulfran, potevano essere comunque in pericolo, dopo quanto successo in passato?
Ringraziò la loro Madre e l’immagine di Oliver che aveva inviato, mentre i quadrati verdi scorrevano sotto di lui, sempre meno coperti dalle nubi.
Oliver era morto, ma la loro Dea glielo aveva mandato certo quale simbolo di pericolo derivato dalla Loggia, e lui non avrebbe potuto tollerare che Dunia restasse un minuto di più fuori dalla sua portata. Avrebbe invitato sul jet anche le compagne, si sarebbe finto arreso alla volontà del Consiglio di accoglierle al Palazzo, ma le avrebbe portate via. Lasciarle lì era fuori discussione.
Ci mancava solo quella...
Avrebbe dovuto evitare ogni occasione di incontro fra lei ed Elias, anche se sarebbe stato difficile, nonostante l’ampiezza dell’antica costruzione del Consiglio, ma almeno lui sarebbe stato accanto a Dunia e al bambino. A costo di dover mentire a tutti su tutto. Sarebbe stato il figlio di Fulke. Il medico di fiducia le avrebbe praticato un cesareo in anticipo e avrebbero finto una gestazione normale. Qualcosa si sarebbero inventati, magia inclusa, non capiva molto di robe da donne, ma il primo passo era quello: costringerle a salire in fretta sull’aereo.
Riconobbe dall’alto lo spiazzo di campagna che antecedeva la costruzione del Quartier Generale della Congrega e si preparò per l’atterraggio, cercando di cacciare ogni nervosismo dalle dita.
Quando scese dall’abitacolo del velivolo, seguito a ruota dal medico, le vide tutte e tre di fronte alla porta. Imbambolate. Forse non immaginavano fin dove sarebbe arrivato, e non lo stavano immaginando ancora.
Si diresse verso di loro a grandi passi e ammiccò verso l’entrata. Tranquillo, ma deciso. «Vi consiglio di sbrigarvi a preparare i bagagli. Portate lo stretto necessario. Manderò in seguito qualcuno a ritirare quel che è rimasto.»
«Un momento!» sbottò Dunia.
Aveva previsto la reazione. Era scontata, ma scosse il capo, risoluto. «Ho molto da fare, non fatemi perdere tempo.»
«Noi non ci muoviamo di qui» recriminò la Grande Madre Titania, scura e piena nel suo cipiglio combattivo.
«Se non collaborate, vi portiamo via di peso» ribatté lui, fermo.
Diamara non fiatava. Almeno una non gli stava creando problemi.
«E dove dovremo venire?» chiese Dunia, mani sui fianchi, il ventre prominente già in vista.
«Al Palazzo del Consiglio, sotto la mia ala protettiva. Se vorrai sarai Grande Madre dell’area, altrimenti la tua amica» e indicò col mento Titania, «potrà forse usufruire del privilegio. Ma ai dettagli penseremo in seguito, adesso muovetevi.»
«E perché mai?» ribatté Titania.
«Perché voi sapevate una cosa che io non sapevo.» E si fissò sul ventre di Dunia. «E io qualcosa che non sapevate voi.»
«Cosa?» domandò Titania, senza mostrare troppa curiosità.
Jeremiah si voltò verso il medico e gli ordinò con un cenno del capo di tornare verso il velivolo, poi le fissò a una a una. «Che resti fra noi. Wulfran è nell’area due a est perché ci sono ancora gravi movimenti sotterranei a opera della Loggia in merito al piano di procreazione che credevamo debellato. Non sappiamo in quante altre aree, per il momento.» Poi portò la voce su toni più aspri e minacciosi. «Tu, qui, da sola, incinta di mio fratello che dovrà restare all’oscuro di tutto e non potrà essere in grado di difendere te e suo figlio, non ci resti. Intesi?»
L’espressione delle tre donne era trascolorata pian piano dal battagliero allo smarrito.
«Io non voglio diventare Grande Madre dell’area del Consiglio, e nemmeno Titania. Non mi va di vivere in quel palazzo, e sai bene quanto mi farebbe soffrire. Poi non siamo sicure che qualcuno voglia farci del male qui.» La resistenza di Dunia appariva dettata solo dall’orgoglio e dal nervosismo. «Io volevo solo che tu lo sapessi per poter avere una spalla su cui appoggiarmi.»
«Se vuoi allora ti aiuto a fare i bagagli.» Le sorrise, forzato, slacciandosi il colletto della camicia e snudando il ciondolo. «Basta che tu fili dritta lì.» E lanciò un braccio all’indietro, in direzione del velivolo.
Non smise di fissarla, concentrandosi sul potere del monile - lei non indossava il suo - e si accorse con la coda dell’occhio che Diamara stava rientrando, evidentemente già vittima della malia e con l’immagine della valigia davanti agli occhi. Titania la stava seguendo, ma Dunia non si muoveva. Stava opponendo resistenza. Avrebbe dovuto convincerla naturalmente. Non era poi così difficile, avrebbe dovuto rendersene conto da sola. «Capisci che è per il bene del bambino?» esternò a voce alta.
Dunia gli rilanciò un sorrisetto sarcastico, incrociando le braccia sul seno pieno e sodo, e piegando la testa di lato. Se fosse stata un uomo lo avrebbe già sistemato a dovere.
«È una bambina.»
Quasi non credette ai suoi occhi quando la vide rientrare e trafficare con le amiche per prendere gli oggetti di stretta necessità e chiuderli nelle prime valigie che trovarono a portata di mano.
Bene. Cioè... era un gran casino, ma avrebbe pensato a risolvere i particolari a uno a uno a tempo debito. Quella volta neanche le bendò. Che ricordassero pure la strada per il Palazzo segreto, verso nord. L’importante era portasele via.

***

Buio. Rumore d’acqua scrosciante e una voce che mormorava:
Portaci nell’immortalità con il sacrificio...
Pelle liscia. Morbida. Bianca. Da carezzare.
... affinché noi possiamo essere trovati degni...
Un corpo femminile sotto di sé. Senso di eccitazione. Il petto gonfio di un’amarezza inspiegabile.
... di offrirti un giorno acqua, sangue e lacrime per la nostra redenzione.
Lo sentì, lo sentì davvero vicino, quel corpo, in quel momento, nonostante si trattasse di un sogno, nonostante la vista annebbiata da Morfeo.
Elias ebbe voglia di piangere.
Abbassò d’istinto gli occhi sul ventre della donna e lo vide pieno di vita.
Io sono ciò che si ottiene all’avverarsi del desiderio.
Ocra. Rune e odore di bruciato.
Per quanto a lungo sarà afflitto il mio cuore che è pieno di lacrime? Ma a te rivolgo la prece...
Un forte rumore lo svegliò di soprassalto ed Elias si alzò sui gomiti.
La sua stanza. Doveva essersi addormentato mentre studiava.
Era caduto qualcosa? Quel tonfo...
Si sporse oltre il letto e vide il libro di studio per terra. La caduta, all’interno del sogno, gli aveva rimandato addirittura un rumore metallico, come di pentola o vassoio.
Strano sogno. Da un lato piacevole, dall’altro angosciante. Non ne capiva il motivo.
E quelle preghiere... non appartenevano alla Cabala e non sembrava neppure che potesse trattarsi di qualche formula protettiva della Loggia. Sembrava qualcosa di più collegato alla Congrega. Ma come poteva ricordare in maniera così viva delle preghiere lette solo qualche volta sui libri di testo? Nessuno metteva in dubbio la sua precedente appartenenza al credo della Cabala, quindi che avesse praticato il credo della Congrega era fuori da ogni logica.
Si voltò su un fianco e continuò a fissare il vuoto. Era stata quella presenza, il corpo di quella donna a metterlo in agitazione. Lo aveva fatto sentire vivo, come se fosse stata davvero sotto di lui, e al tempo stesso gli aveva provocato una tortura indicibile. Era proprio quello a infastidirlo. Quale tormento avrebbe mai potuto dargli una visione simile? Perché? Non ne aveva visto il volto. Solo i seni e il ventre gonfio. Simbolo di maternità feconda e della vita. Cosa c’entrava, con lui?
Sbuffò e cacciò con rabbia le lenzuola, sedendosi sul bordo del letto. Le mani aggrappate al bordo del materasso. Si grattò la nuca e si diresse verso il piccolo studio, dove accese il computer.
Nell’attesa che la macchina si avviasse, cercò di ricordare alcune delle frasi di preghiera che aveva sognato, ma sfuggivano a poco a poco, come trascinate via dalla veglia.
Offrirti un giorno acqua, sangue e lacrime per la nostra redenzione.
Forse si trattava di preghiere abbastanza note che aveva già conosciuto nonostante il credo avverso. Forse si trovavano addirittura sul database, e non ci sarebbe stato bisogno di cercare negli antichi manuali cartacei.
Per quanto a lungo sarà afflitto il mio cuore che è pieno di lacrime?
Aprì la pagina relativa alle preghiere della Congrega e cercò alcune delle frasi che ricordava. C’erano tutte. La preghiera a Isis, la Dea dell’Acqua, l’Inno a Ishtar, il Richiamo alla Dea...
Io sono ciò che si ottiene all’avverarsi del desiderio...
Perché mai gli erano salite alla mente?
Sbuffò un sorriso, al ricordo che, una volta sveglio, pian piano affiorava in lui: giorni addietro aveva pensato di interessarsi al credo della Congrega ed evidentemente il tutto risaliva in quel modo dal suo inconscio. Le preghiere apparivano talmente famose, nonostante non fossero appartenute al suo credo, che avrebbe potuto leggerle o udirle in qualsiasi momento.
Ma... quando?
Non ricordava di aver letto nulla di relativo a quelle preghiere negli ultimi tempi. Certo, le conoscenze teoriche e pratiche legate alla magia erano rimaste, ma non era possibile che frasi specifiche fossero ancora così vive in lui. Dunque stavano affiorando da dove? Era davvero in grado di ricordare qualcosa riguardo il passato? Poteva aggrapparsi a stimoli che lo avrebbero aiutato? Avrebbe potuto indagare oltre? Ma, soprattutto, era auspicabile o non sarebbe stato meglio ricacciare tutto indietro? Avrebbe dovuto parlarne con qualcuno? Con Timoteo?
Scosse il capo e spense il computer.
Si stava solo agitando per un sogno. Un sogno che non significava niente. Più che passavano i minuti e si abituava alla veglia, e meno pregnanti apparivano le immagini e le parole.
Però sarebbe stato interessante assistere a qualche raduno della Congrega. A qualcosa di non segreto e accessibile a tutti. Avrebbe dovuto tenere le orecchie dritte all’annuncio di qualche evento, perché Jeremiah non pareva propenso a fargli approfondire troppe cose.
Si adagiò di nuovo sul materasso, continuando a riflettere.
Ma, mentre ricadeva nelle spire del sonno, non furono le preghiere e le parole ad ammucchiarsi nel buio delle palpebre chiuse.
Rimasero lo scosciare dell’acqua, e la pelle liscia. Morbida. Bianca. Da carezzare.


Il capitolo conclusivo delle Spose della notte


Nessun commento:

Posta un commento