giovedì 31 dicembre 2015

La notte del popolo fatato

La notte del 31 dicembre nel folklore celtico.


Care consorelle e confratelli,
se oggi stappiamo spumante nel corso della serata del 31 dicembre è per salutare una fine e augurare un buon inizio. Per la tradizione celtica, però, si tratta anche della notte del popolo fatato, ovvero di tutte quelle creature come elfi o gnomi che popolano le leggende del folklore bretone. Una delle storie relative a questa ricorrenza riguarda i Tuatha de Danaan, i magici "uomini della Dea", abitatori del Grande Nord. Piuttosto che soccombere all'avanzata dei Gaeli, preferirono nascondersi agli occhi dei comuni mortali sulle colline d'Irlanda e da allora i Tuatha sono diventati gli 'invisibili' del Piccolo Popolo. Si possono trovare ancora oggi in luoghi verdi e solitari o castelli sperduti, ma gli incantesimi li proteggono dagli occhi degli uomini. Tuttavia, le loro dimore - solo se i padroni di casa lo vogliono! - risultano visibili in occasione di festività particolari come gli equinozi, i solstizi, Samhain o Beltaine, soprattutto nei momenti in cui si verifica il passaggio dalla luce all'oscurità, o viceversa.
Che la Dea vi benedica

giovedì 24 dicembre 2015

Alle origini di Babbo Natale

Alcune curiosità sulla reale figura che si nasconde dietro questo celebre personaggio...



Care consorelle e confratelli,
numerose leggende ruotano attorno alla figura di San Nicolò, soprattutto nella tradizione nordica.
Vescovo, perse a poco a poco i segni episcopali, conservando la bontà; il mantello si trasformò in veste rossa orlata di pelliccia, e il cappuccio a punta sostituì la mitra.
Queste caratteristiche riecheggiano festività precristiane, come i Saturnali dell’antica Roma, così come succede per tutte le feste cristiane andate a sovrapporsi a feste precedenti, che la Nuova Religione voleva debellare, come Samhain/Ognissanti. Il viaggio della slitta, difatti, non è altri che il passaggio dalla lunga notte artica alla luminosità del nuovo anno (stesso concetto alla base di tutte le altre religioni pagane, incentrato sulla notte più lunga dell'anno, e il sole che ricomincia a crescere dal giorno successivo). E grazie Saturno, sotto il cui regno l’umanità aveva vissuto la mitica età dell’oro, venivano sospese le attività lavorative, e persino gli schiavi potevano sedere a tavola con i padroni. Era costume scambiarsi doni, darsi a danze, banchetti e giochi.
Nell’Europa centrale vengono celebrati diversi rituali rievocativi e folkloristici con protagonista San Nicolò (ovvero “Santa Klaus”), soprattutto scontri fra due attori che impersonano l’uno le forze delle tenebre, del gelo, dell’inverno e della natura addormentata, e l’altro quelle della luce, della primavera e della fertilità.
Il nostro Trentino è probabilmente la regione più ricca, in questo senso. A Penia, per esempio, San Nicolò viene festeggiato il 6 dicembre, quando i bambini gli inviano letterine per esprimere i loro desideri. La sera successiva, un rumore di catene per le strade annuncia ai bambini l’arrivo del Diavolo che punirà coloro che hanno combinato qualche marachella. Questo Diavolo però viene riportato all’ordine da San Nicolò, che interroga i bambini sulla loro condotta e distribuisce doni. In Tirolo, si aggira per le vie di Stelvio insieme a quattro angeli che portano una lanterna per fugare il buio, le verghe per punire i bambini che si sono comportati male, e i doni. Compaiono però anche un diavoletto e gli spiriti del male. Questi spiriti compiono una sorta di rito di iniziazione sui quattordicenni, incatenandoli in mezzo alla piazza e trasformandoli in asini. La processione ha comunque termine con la vittoria del bene sul male.
Le curiosità da riportare sarebbero tantissime, ed è impossibile approfondirle in questa sede; però vi consiglio il saggio di Maria Altiero “La mascherata dei Ciusi-Gobj” (Edizioni Scientifiche Italiane) dove potrete trovare molti altri racconti relativi alle tradizioni soprattutto del Nord Italia e del Trentino Alto Adige.
Che la Dea vi benedica

mercoledì 23 dicembre 2015

I giorni della betulla, del tasso e dell'abete rosso

Idho e Beth nel calendario Ogham.


Care consorelle e confratelli,
nella cultura celtica, i giorni del 23 e del 24 dicembre sono ricollegati rispettivamente, nel calendario/alfabeto Ogham degli alberi, al tasso (Idho) e alla betulla (Beth). Sono compresi nelle festività per il solstizio d'inverno, ovvero la notte più lunga dell'anno, quella che precede la rinascita del sole che ricomincia a crescere, alla base di tutte le religioni che prevedono nascite e rinascite in questo periodo. Non a caso, la betulla è un albero ricollegato al principio vitale, dato che si tratta di una delle prime piante che germoglia nelle foreste nordiche, ed è simbolo di purificazione. Il tasso è per contro associato alla morte, ma di conseguenza anche alla rinascita e alla reincarnazione. Prediligendo l'ombra, quest'albero è legato all'oscurità e al freddo del periodo, freddo e oscurità considerati tuttavia anche forza riequilibrante necessaria all'universo. La morte stessa è indispensabile per il ritorno alla vita, spirituale o agreste che sia.
Il giorno della betulla fa partire il mese dedicato a quest'albero, che si conclude il 20 gennaio, ma il 24 dicembre è associato anche all'abete rosso (o peccio, Ailm, nell'alfabeto Ogham), il classico albero di Natale. Viene per tradizione ricollegato a tutti i rituali volti ad accrescere l'abbondanza materiale e la fertilità, e la sua pigna è un portafortuna, mentre la resina è un ottimo agente magico legato alla purificazione.
Che la Dea vi benedica



Per approfondimenti e consigli, leggi anche:
Il calendario Ogham: buon Ruis
La magica musica dei celti

lunedì 21 dicembre 2015

Il Solstizio d'Inverno

Arriva la notte più lunga dell'anno.


Care consorelle e confratelli,
in questi giorni, varie religioni celebrano eventi che hanno a che vedere con nascite e rinascite a causa di un fenomeno atmosferico che attrae l'umanità dell'alba dei tempi. La notte del ventuno dicembre, difatti, è la più lunga e buia dell'anno. Dal giorno successivo, però, il sole rinasce, ricomincia a crescere, fugando le ombre della notte. Quale data migliore, dunque, per leggere sia Le Spose della notte sia Luna di notte? Un brindisi per il Grande Sabba dell'inverno!
Che la Dea vi benedica



I potenti maghi che stanno cercando di sedurti possono dire il falso o il vero. Solo tu puoi scoprire chi ha ucciso le tue compagne di congrega.

Notte di Halloween. Dunia sta festeggiando in un locale con le compagne della Congrega, quando una consorella viene misteriosamente uccisa. L’amico Sabisto, appartenete al credo esoterico della Loggia, protegge le streghe con un rito di magia sessuale, e le aiuta a indagare non solo sulla morte della consorella, ma anche su quella di tutti i compagni trucidati quella stessa notte. I loro cammini s’intrecciano con quelli di tre membri dell’oscura Cabala: il seducente Elias, l’ex confratello Ramòn e il mezzelfo Fulke. I maghi forniscono tre diverse versioni dei fatti. Secondo Elias è la Loggia che le sta manipolando per i suoi scopi; ma per Ramòn, che si dichiara doppiogiochista per proteggerle, la colpa è proprio di Elias, che ha in mente un progetto assolutista per portare avanti un unico credo. E poi c’è Fulke, che afferma di appartenere ai servizi segreti magici. Dunia potrà fidarsi di quest’uomo tanto arcano e bizzarro?

Su Amazon: www.amazon.it/dp/B0160RQW94




È possibile, senza magia, redimere il Male?

I maghi e le streghe che si sono scontrati nella notte del solstizio sono condannati dall’Alto Consiglio per aver agito in modo discutibile. A Dunia è imposta una pericolosa punizione esemplare: una Luna nella prigione magica con Elias. Qui, secondo le istruzioni di Jeremiah, affascinante membro del Consiglio legato alla Cabala, dovrà spingere il nemico a gettarsi nel burrone dell’oblio, per restituirlo alla comunità magica con tutti i suoi poteri e un’identità ripulita. La caverna è dominata da un’entità demoniaca che toglie ai prigionieri ogni possibilità di usare la magia, e che si dichiara intenzionata a proteggere Dunia, impedendole tuttavia di fuggire da quello che fino a quel momento pensava fosse il rivale peggiore. Ma quali sono le reali intenzioni del misterioso Jeremiah?


giovedì 17 dicembre 2015

La magica musica dei celti

Il potere del suono del Piccolo Popolo


Care consorelle e confratelli,
musica, canti, balli e giochi attorno ai falò sono sin dall’alba dei tempi prerogativa delle festività pagane, non ultima la tradizione celtica, le cui sonorità ci trascinano da subito in un’atmosfera rarefatta, e al contempo ben radicata nella natura, quasi si trattasse di un’altra dimensione… e forse così è.
La dea dell’elemento Fuoco, Brigit, insegnò la musica ai mortali, partendo dall’aria del suono, l’aria dell’allegria e l’aria del sonno, usando strumenti che andavano dall’arpa alle cornamuse, dalle lire ai flauti, fino a quelli a percussione (usati perlopiù per riti funerari e incitazioni in battaglia). La musica era talmente importante che se ne facevano delle gare, e strumenti e danze erano dipinti sulle stoviglie.
Lo strumento principe però era (ed è) l’arpa, di cinque tipi, dalla più grande, usata soprattutto in occasioni importanti, alla più piccola, portatile, e il bardo che la suonava era considerato alla stregua di un druido. Dotato di poteri magici, questo strumento, veniva difatti usato per compiere incantesimi e assoggettare le persone con il semplice suono (leggende addirittura narrano che il potere del suono fosse in grado di sollevare e spostare grossi massi). Si diceva inoltre che le vibrazioni avessero potere terapeutico (e non si discostano certo dalle moderne teorie di musicoterapia) e che placassero gli animi degli uomini morti in battaglia.
Il celebre bardo Taliesin, per esempio, narrava più che altro gesta di eroi, ma nelle sue ballate corre anche un filo iniziatico; lo stesso che probabilmente ci permette di scorgere l’invisibile Piccolo Popolo fra le note dei brani più attuali.
Certo, per quanto riguarda le testimonianze sonore in sé, poco ci è rimasto, a seguito della conquista cristiana, ma sappiamo che l’Irlanda aderì alle forme musicali antiche indoeuropee mantenendo la scala pentatonica, ed è per questo, probabilmente, come sostiene una frangia della critica musicale, che le sonorità moderne riecheggino talvolta i raga della musica indiana.
Con la scomparsa dei druidi, i bardi si trasformarono in menestrelli che vagavano di corte in corte, portando comunque avanti una tradizione che si sarebbe altrimenti persa.
Per concludere, vorrei ricordare che l’arpa è associata dalla cultura celtica alla mela, in quanto simbolo di conoscenza dell’al di là e dell’iniziazione, ma è anche strumento femminile, emblema di intuizione.
Che la Dea vi benedica

Bibliografia:
Peter Berresford Ellis - Il segreto dei druidi (Piemme)
Pina Andronico - La magia dei celti (Xenia)
Christiane Eluère - I celti (Electa Gallimard)

domenica 13 dicembre 2015

Luna di notte

Care consorelle e confratelli, è disponibile da oggi su Amazon - per la prevendita - l'annunciato sequel delle Spose della notte, in uscita per il giorno di Venere che precede il solstizio d'inverno. Del resto, qualcuno ci aveva detto “Non finisce così!” e dalla copertina capiamo anche di chi si stratta. Di seguito trovate tutti i dettagli, che la Dea vi benedica

È possibile, senza magia, redimere il Male?


I maghi e le streghe che si sono scontrati nella notte del solstizio sono condannati dall’Alto Consiglio per aver agito in modo discutibile. A Dunia è imposta una pericolosa punizione esemplare: una Luna nella prigione magica con Elias. Qui, secondo le istruzioni di Jeremiah, affascinante membro del Consiglio legato alla Cabala, dovrà spingere il nemico a gettarsi nel burrone dell’oblio, per restituirlo alla comunità magica con tutti i suoi poteri e un’identità ripulita. La caverna è dominata da un’entità demoniaca che toglie ai prigionieri ogni possibilità di usare la magia, e che si dichiara intenzionata a proteggere Dunia, impedendole tuttavia di fuggire da quello che fino a quel momento pensava fosse il rivale peggiore. Ma quali sono le reali intenzioni del misterioso Jeremiah?

ANONIMA STREGA si occupa da sempre di tematiche legate all’occulto. Preferendo tutto quanto concerne l’universo femminile neopagano, è di conseguenza al contempo molto romantica, anche se l’oggetto dei suoi desideri esce spesso dalle righe, così come i personaggi delle sue storie. Crede fermamente che gli elementi del creato siano guida e strumento, sia per le streghe, sia per i protagonisti di avventure d’amore paranormali, come quelli dei romanzi “Spettabile Demone” e “Le spose della notte”, dei racconti “Killer di cuori”, “La felce e il falò” (su “La mia biblioteca romantica”) e “La fame del ghoul” (su “Romanticamente Fantasy”). Il suo antro è situato in un luogo nascosto, custodito da una gatta nera d’angora e una coppia di anziani troll norvegesi. Dispensa consigli magici su anonimastrega.blogspot.it

Genere: urban fantasy/paranormal romance
Numero di pagine: 232
Editore: Self
Prezzo: 1,99 euro
Data di uscita: 18 dicembre 2015
È preferibile aver letto in precedenza “Le spose della notte”, ma i primi capitoli presentano rapidi raccordi che rendono comprensibile la trama anche a chi non è ancora in possesso del volume 1.


venerdì 11 dicembre 2015

Castel del Monte

In viaggio all'interno di una delle architetture più magiche d'Italia...



Care consorelle e confratelli, c’è un castello, nelle vicinanze di Andria, famoso per aver ispirato numerose leggende; un grosso animale che prende vita dall’istante in cui ve lo trovate davanti.
La corona sulla collina si presenta muta come un Imperatore conscio del suo potere e imponente come un Drago secolare.
L’esteso panorama è esaltato dall’isolamento del castello e dalla maestosità, dall’altezza che pone la costruzione a più di cinquecento metri oltre il livello del mare, e le torri spuntano da ogni vertice dei lati dell’ottagono.
A metà della parete esterna, corre un cornicione che indica la divisione in due piani all’interno e sembra quasi la costola di un libro gigantesco. Tante religioni fuse in un unico Dio. L’ottagono: la mediazione tra il cerchio e il quadrato, il perfetto e l’imperfetto, Dio e l’uomo. Questo enorme libro di pietra vuole essere immagine e teorema della resurrezione dell’uomo mortale che, con la conoscenza, diventa egli stesso divino. Un Graal da cui bere le leggi del creato, un’arca in cui custodire numeri magici e consonanze musicali.
Entrati nel cortile del castello, possiamo ammirare la vasca al centro delle linee immaginarie che si dipartono dagli spigoli della costruzione. Come fonte battesimale sospesa tra la terra, il cielo e gli inferi.
Si nota a questo punto la bellezza della porta di fronte in contrasto con l’aspetto poco curato di quella da cui siamo entrati: l’ospite deve restare colpito da ciò che ha davanti, i particolari che ci lasciamo alle spalle sono meno importanti.
Ogni piano è diviso in otto sale trapezoidali che corrispondono ai lati del castello e, dall’interno, si può osservare che ogni parete presenta due finestre, bifora al secondo piano e monofora al primo. Il lato nord sfoggia invece una trifora finemente decorata in marmo e breccia, in omaggio alla fedeltà della città di Andria. In marmo è anche gran parte dell’arredo, e i pancali lungo il muro invitano a sedersi. Le stanze terminali, quelle la cui parete di fondo non comunica con altre, presentavano un tempo ogni sorta di comodità, dal camino ai giacigli per stendersi dai colori sgargianti delle stoffe orientali, e con la fantasia riusciamo a immaginarle, anche se oggi tutto è spoglio.
Le volte di marmo cipollino sono sorrette da colonne, e le decorazioni sul soffitto, al centro della crociera, sono diverse in ogni stanza; curate sono persino le volte che coprono le scale, all’interno delle torri. Qui si aprono delle strette feritoie per dar luce alle scale che, a chiocciola, imbruniscono la salita. L’accesso ai servizi, aperti appunto sulle scale, era guidato un tempo da lanterne appositamente poste sull’entrata del bagno.
Le scale girano curiosamente verso sinistra. Nei castelli adibiti a difesa, le scale vanno verso destra per impedire che i nemici usino la spada mentre salgono. Ma qui non occorreva. I saggi già erano a conoscenza del fatto che il Sole è immobile e noi gli giriamo intorno. E giriamo verso sinistra. Ma la Chiesa ancora non voleva saperne di non essere al centro dell’universo.
Al piano superiore, Baphomet dalle orecchie di fauno, osserva dalla chiave di volta della settima sala. Dio androgino e autosufficiente, più che demone come da tradizione cristiana, sorta di Dio di tutte le religioni, è in perfetto accordo con la filosofia di Federico II, che accolse alla sua corte artisti e scienziati, giuristi e filosofi, uomini di ogni credo e di ogni colore, e ordinò la costruzione del castello nel 1240. Qui, l’Imperatore passava le sue estati e si dedicava alla grande passione per i falchi, su cui scrisse anche un trattato.
Le grandi finestre, rialzate dai gradini, sono fiancheggiate da sedili. Si corre istintivamente a osservare il panorama e si rimane impressionati dall’altezza, che non sembra così tanta mentre percorriamo da fuori la salita. Le stanze terminali erano ai tempi dell’Imperatore la camera da letto e la sala del trono. Quest’ultima è situata sopra il portale d’entrata e, ai lati della bifora, sono poste due nicchie. Il pavimento di queste ultime è staccato dalla parete e, attraverso queste feritoie, era possibile manovrare le saracinesche del portale principale; portale a cui possiamo sovrapporre in un disegno una stella a cinque punte: l’uomo nella sua proporzione divina.
Concentratore di energia, dunque, non castello atto a difesa in caso di guerra, ma pozzo di scienza, arte e spirito. Già dalla facciata che guarda a est. Quando il sole sorge agli equinozi, il primo raggio del giorno entra dalla finestra sopra il portale, esce da quella sul cortile e si posa sul bassorilievo della parete di fronte: un’opera raffigurante una donna, allegoria della Terra.
Che la Dea vi benedica

Per la bibliografia potete consultare l'elenco dei testi forniti per il post sulla morte del portavoce e protonotaro di Federico II: Pier delle Vigne non si è suicidato.

mercoledì 9 dicembre 2015

La tradizione ermetica

Una panoramica sulle origini della tradizione ermetica da Trismegisto ai precursori di Bruno...


Care consorelle e confratelli,
sin dagli albori degli studi ermetici, la ricerca della verità è andata a identificarsi con quella dell’oro primordiale; il progresso consisteva nel ritorno a questa purezza, a partire dalla degenerazione dei vili metalli. Al tempo stesso, l’umanista recuperava l’arte e il pensiero classico, con il Rinascimento dell’antichità.
I ‘maghi’ rinascimentali traevano ispirazione perlopiù da opere del II° e III° secolo d.C., testi più filosofici che religiosi, intrisi di influenze magiche pagane e orientaleggianti. Thot, dio egizio nonché scriba degli dèi, veniva identificato dai Greci con Ermete e dai Latini con Mercurio, e sotto il nome di Ermete Trismegisto si sviluppò una vasta letteratura incentrata su astrologia e scienze occulte, mineralogia ed erboristeria, e di conseguenza sulla fabbricazione di talismani. Fra questi testi, troviamo l’Asclepius, sorta di compendio della religione egizia, in particolare sui processi con cui si trasfondevano le potenze del cosmo nelle statue degli dèi; o il Pimander, una creazione del mondo simile a quella della Genesi ebraica, e testi neoplatonici inerenti studi sull’anima. Gli oracoli caldaici venivano invece fatti risalire a Zoroastro, ed erano documenti sulla magia incantatoria che derivavano dagli inni orfici.
C’è da precisare che, nel clima di tolleranza dell’era imperiale, ogni occasione di entrare in contatto con culture diverse era considerata positiva, non eretica, e la magia rinascimentale scaturita dai testi di quest’epoca rifiutava qualsiasi rapporto con incantamenti neri e diabolici. Comunque, per quanto queste opere siano state attribuite nel corso dei secoli a nomi più o meno noti, sono frutto delle mani di più persone, vissute in vari periodi.
Nel Pimander, la mente divina creatrice dell’uomo apparsa a Trismegisto, si parla sia di creazione sia di caduta, di uomini che devono moltiplicarsi e di predicazioni. Nel suo commento agli scritti ermetici, Ficino stesso sottolineò queste e numerosissime altre relazioni con la Genesi, e arrivò addirittura a chiedersi se, nella realtà storica, Trismegisto non fosse stato Mosè. Il cammino di purificazione avviene attraverso un passaggio da vizi a virtù, in una sorta di “discorso della montagna” che libera l’anima immortale. Tuttavia, negli scritti egizi di tipo panteistico, si parla anche dei quattro elementi e della Terra come Grande Nutrice, perché, se in alcuni filoni la materia è il Male ed è necessario rifuggirla, per altre il mondo è buono perché pieno di divinità. E sugli effluvi divini diffusi dai corpi celesti si basa l’Asclepius, incentrato non a caso anche sui simulacri, ovvero quelle ‘creazioni’ in cui l’uomo, similmente a come ha fatto con lui la divinità, infonde energia, attraverso la cosiddetta magia simpatica (impossibile da scollegare dai testi più prettamente astrologici). Fra gli scritti ermetici, il Picatrix (arabo) è quello che ha più influenzato i trattati sulla magia naturale di Marsilio Ficino. Medico e sacerdote, pubblicò nel 1489 i suoi Libri de vita, trattati medici che si basano perlopiù su astrologia e talismani (si ricorre a piante, profumi e colori collegati a un determinato pianeta, mai alla magia demonica). La Primavera di Botticelli è una trasposizione pittorica delle sue dottrine, raffigurando lo spirito del mondo che investe le creature, più particolari raggruppamenti di piante, fiori e immagini planetarie. Curioso, a questo punto, annotare le sue osservazioni sulla croce, talismano per eccellenza sin dai tempi degli egizi, in quanto le forze celesti raggiungono il massimo della loro potenza quando i raggi sono perpendicolari e ad angolo retto, nel congiungere i punti cardinali. Ficino riprese anche la magia degli inni orfici, che si differenzia da quella talismanica per il carattere più che altro uditivo e vocale.
Sotto l’influenza di Ficino esercitò anche Pico della Mirandola, che aggiunse alla magia naturale la cabala pratica di origine ebraica, tesa a raggiungere forze spirituali superiori a quelle materiali del cosmo, grazie al potere della parola, dai sefirot alla numerologia. Le tesi di Pico furono condannate dalla Chiesa, anche se non si arrivò alle drammatiche conseguenze del successivo Bruno. Se però volete approfondire l’argomento, vi consiglio il bellissimo “Giordano Bruno e la tradizione ermetica” (Laterza) della studiosa rinascimentale Frances Yates (già citata nei post Cinque libri per le streghe e Shakespeare, i Rosacroce e le streghe di North Berwick), dove potrete ripercorrere storie e collegamenti di questo tipo per ben cinquecento pagine.
Che la Dea vi benedica

venerdì 4 dicembre 2015

Streghe e stregoni nella storia

Una galleria di streghe e stregoni celebri nei secoli...


Care consorelle e cari confratelli,
nel corso dei secoli, numerosi personaggi storici sono stati associati alla stregoneria, ma alcune leggende sono frutto di superstizioni e poco hanno a che fare con la vera magia naturale. Per esempio, Giovanna d’Arco e Gilles de Rais (suo protettore in battaglia), condannati al rogo per eresia nel ‘400, sono stati riabilitati dalla Chiesa dopo la loro morte. Salvare la Francia dall’invasione inglese per Giovanna fu una missione divina e, se il popolo la osannò per questo come una santa, alla Chiesa diedero più fastidio le famigerate “voci” che sentiva, associate, in corso di processo, a quelle di elfi e fate. Discorso diverso per William Rufus (Guglielmo II, il Re Rosso, cosiddetto per il colore dei capelli, vissuto tra il 1060 e il 1100), discendente di un capo della Vecchia Religione. Ebbe vari contrasti col vescovo di Duhram e saccheggiò le chiese, di cui accusava il lusso, per combattere la miseria del popolo. La maggior parte dei documenti a noi pervenuta è di origine cristiana, dunque è ovviamente descritto come un mostro, ma le fonti normanne lo dipingono come un uomo mite.
Eleanor Cobham venne accusata di negromanzia nel 1441, insieme a Margery Jourdain, la Strega di Eye, soprattutto per aver consultato degli astrologi, ma fu assolta grazie all’intercessione del marito nobile, il Duca di Gloucester. Fu però accusata di nuovo e confinata nell’isola di Man, dove pare che ancora sopravviva una congrega da lei fondata.
Nel 1668, Parigi fu turbata da una serie di eventi che coinvolgevano un certo indovino di nome La Sage, e il collaboratore Malette (un prete). Arrestati e processati per stregoneria, erano accusati soprattutto per la fabbricazione di filtri d’amore, che venivano caricati nel corso di rituali erotici. Il processo venne però tenuto in gran segreto, perché tra i suoi clienti c’erano numerosi personaggi noti dell’epoca. Si dice che la sua amante fosse una strega volta alla magia nera che praticava il sacrificio di bambini, ma a noi streghe moderne non piace chiamare consorelle elementi del genere, né confratelli i preti corrotti.
Gerald Brosseau Gardner (1884-1964) è stato il fondatore nella neo-stregoneria. Nato in Inghilterra, ma vissuto perlopiù in Oriente, dove era stato iniziato alla massoneria coloniale, è entrato in contatto con i maggiori studiosi di esoterismo dell’epoca, da Aleister Crowley a Margaret Murray, e ha pubblicato “Witchcraft Today”, “The Meaning of Witchcraft”, “A Goddess Arrives” e “High Magic’s Aid.” A causa della sua tendenza a portare avanti rituali soprattutto di magia sessuale, il suo credo ha subito nel tempo numerose scissioni, ma a Castletown, nell’Isola di Man, è ancora presente un museo sulla stregoneria da lui fondato. Anche la sua discepola Doreen Valente ha lasciato alcuni scritti: “An ABC of Witchcraft Past & Present” e “The Rebirth of Witchcraft.”
Charles Godfrey Leland (1824-1903), studioso di folklore di origine americana, fu iniziato al culto “Romagna-Toscana” da una strega da lui chiamata Maddalena, che gli consegnò un manoscritto da cui trasse “Aradia, il Vangelo delle streghe”, su cui si basano alcuni rituali della moderna Wicca.
Alex Sanders (1926-1988) venne invece iniziato in Inghilterra da sua nonna all’età di sette anni. Si sposò con rituale pagano ed è l’autore del Libro delle Ombre, che risente in gran parte degli scritti esoterici della Golden Dawn e l’O.T.O di Crowley.
L’origine della moderna wicca femminista viene però fatta risalire a Zsusanna Szilàgy. Fuggita da Budapest dopo la Rivoluzione Ungherese del ’56, si rifugiò negli Stati Uniti, dove nel 1971 fondò una congrega. Nel ’75 fu arrestata per una legge del ’46 sulla divinazione che, grazie a lei, venne abolita nell’85.

Se volete approfondire l’argomento, potete consultare i testi suggeriti nei post Cinque libri per le streghe e La caccia alle streghe.

Che la Dea vi benedica

mercoledì 2 dicembre 2015

Händel e Lucifero

Il problema della Resurrezione: Oratorio o Cantata sacra?


Forse vi sembrerà stano che Anonima Strega posti un articolo sulla Resurrezione di Cristo, ma nella storia gli dèi assumono tanti nomi, e a me piace risolvere enigmi riguardanti le mie passioni, fra le quali ci sono le strutture narrative, la storia e la musica, dalla cosiddetta ‘colta’ all’heavy metal.
Composta nel marzo del 1708, quando Händel era impiegato a Roma presso il marchese Ruspoli, su libretto di Carlo Sigismondo Capece, La Resurrezione fu eseguita a Roma sotto la direzione di Corelli l’8 aprile dello stesso anno.
In molti affermano che si tratta di un Oratorio, altri di una Cantata sacra. Vediamo un po’ in cosa consiste questo problema luciferino…

“Lucifero torna trionfante all’Inferno perché Cristo è morto, ma uno stuolo di angeli si presenta alle porte del suo regno. Uno di questi gli annuncia che gli abitanti dell’Abisso stanno esultando invano: Cristo, benché morto sulla terra, è risorto nei cieli. Nel frattempo, la Maddalena supplica il sonno di non prenderla, così potrà esaurire tutte le lacrime. Cleofe le consiglia di riposarsi, ma poi si unisce al suo dolore. A consolarle giunge San Giovanni, che le fa sperare nella resurrezione di Cristo, nel terzo giorno dopo la morte. Le due donne, rincuorate, decidono di recarsi al sepolcro, e l’angelo esorta tutti, anche i caduti, a gioire per questo giorno. All’alba, Giovanni, avvicinandosi alla casa di Maria, si augura che la speranza abbia lasciato il posto alla fede, mentre prosegue il dialogo tra l’angelo e Lucifero, che si sente oltraggiato, e ha intenzione di confondere le idee degli uomini. Maddalena e Cleofe stanno per raggiungere la tomba, e Lucifero si dispera, perché qui, le donne troveranno l’angelo, che annuncerà loro la resurrezione di Cristo. Cleofe riferisce le sue parole a Giovanni, che a sua volta parla della visita fatta da Gesù a Maria. Il dialogo è interrotto dall’arrivo di Maddalena che descrive l’incontro avvenuto con Gesù, riconosciuto nel guardiano dell’orto. Giovanni incoraggia a lasciare perdere ogni dubbio e tutti esultano.”

Nell’autunno del 1706, Händel giunse in Italia, dove divenne famoso, soprattutto nel primo anno di permanenza, per la composizione di Cantate da chiesa e non. Il genere da attribuire a quello che per alcuni è il suo primo Oratorio (Il Trionfo del Tempo e del Disinganno) è ancora in discussione, anche se, l’assenza di personaggi appartenenti alla storia sacra e di una vera e propria azione scenica, dovrebbe sciogliere ogni dubbio in merito al fatto che si tratti di una Cantata morale.
Diverso è il problema per quanto riguarda quello che, da varie fonti, è considerato il suo primo, vero e proprio Oratorio: La Resurrezione (1708). Qui ci troviamo di fronte a due parti distinte l’una dall’altra, divise a loro volta in scene.
La prima scena della prima parte si svolge nell’Abisso e ha come dialoganti un angelo e Lucifero; la seconda porta in primo piano Cleofe e Maddalena; nella terza compare San Gioavnni e nell’ultima l’esortazione dell’angelo, che si chiude con un coro.
Nella prima scena della seconda parte abbiamo il monologo di Giovanni che si avvicina alla casa di Maria; nella seconda ancora un dialogo tra l’angelo e Lucifero; nella terza Maddalena e Cleofe si appressano al sepolcro; nella quarta il monologo di Lucifero perdente e, infine, la scena conclusiva che porta in primo piano, in maniera alternata, Cleofe, Maddalena, l’angelo, Lucifero e Giovanni, più il coro di esultanza per la resurrezione.
Fin qui non ci sarebbero problemi nell’attribuire il genere al lavoro di Händel, se non fosse che, persino il suo primo biografo, Mainwaring, parla della Resurrezione come di “una specie di” Oratorio e, analizzandolo bene, si scopre che le azioni sono ben poche (per i ‘profani’: l’Oratorio dovrebbe avere una struttura narrativo-drammatica, a differenza della Cantata, che si articola in una successione di brani). Tutto ciò che di movimentato c’è nella storia, infatti, è raccontato dai personaggi in un secondo momento, dalla visita di Giovanni a Maria (e quella stessa di Gesù alla madre), alla resurrezione.
Si tratta quindi di una Cantata sacra?
Io propenderei per il no. Se si pensa che l’Oratorio fu ideato anche come alternativa agli spettacoli operistici nel periodo quaresimale, l’argomento di questo lavoro potrebbe addirittura portare a ipotizzare una presunta idea di Händel di ricavarne una vera e propria Opera (la sua prima Opera italiana, Il Rodrigo, risale all’ottobre/novembre dell’anno prima); notare che La Resurrezione è stata composta proprio nel suddetto periodo (e non solo rappresentata) aggiunge peso all’ipotesi di vederla come un dramma.
Nel corso del XVIII sec. la forma dell’Oratorio si avvicinò allo stile sia della Cantata sia del Melodramma, e diventò quasi impossibile distinguere un Oratorio con azione scenica esigua da una Cantata sacra.
E, a questo punto, posso tornare al problema di partenza, e trovare, nell’incontro davanti al sepolcro, soprattutto negli attimi immediatamente precedenti, un punto di tensione non indifferente in cui il dramma (Cristo è risorto? Cristo risorgerà?) viene sciolto dal personaggio dell’angelo, il quale annuncia che Cristo è già risorto; ma la tensione ancora non scende, perché Maddalena e Cleofe vanno alla sua ricerca e, anche se il riconoscimento non avviene davanti agli occhi degli spettatori, le parole di Maddalena: “Cleofe, Giovanni, udite,/Udite la mia nuova alta ventura!/Ho veduto in quell’horto il mio Signore” suonano come una risoluzione finale.
E se la trascrizione del Prof. Gugler dice il vero (visto che esiste l’autografo di H.), l’iscrizione “Fine dell’Oratorio” alla conclusione della partitura e le stanghette orizzontali fra scena e scena del testo (come a sottolineare il passaggio dall’una all'altra) non sono indizi da poco.
A questo punto è facile immaginare il canto degli angeli provenire dalle finestre sopra l’altare dell’Oratorio...

Al di là del tema ostico o, per contro, il celebre Hallelujah dal Messiah, di Händel vi consiglio di ascoltare il Trionfo del Tempo e del Disinganno (di cui vedete in foto l’inizio della partitura), contenente la sua aria più famosa, “Lascia la spina”, poi diventata “Lascia ch’io pianga” nel Rinaldo.