lunedì 30 novembre 2015

Il vampiro classico

Il vampiro nella letteratura dell’Ottocento e del Novecento.


Se la letteratura vampirica può in un certo senso partire con i libertini bevitori di sangue di De Sade o con i poemetti del tardo Settecento di Robert Southey Coleridge ("Christabel" e "Thalaba the Destroyer"), John Keats ("Lamia"), Novalis ("Inni alla Notte), Goethe ("Die Braut von Corinth"), la prima vera novella a tema vampiresco, “The Vampire”, risale al 1819. Firmata Byron, è in realtà stata scritta dal segretario Polidori, ed è il modello di riferimento per tutta la letteratura popolata da vampiri classici, dai racconti "Vampirismus" di Hoffman (1828), "Lord Ruthwen et les vampires" di Nodier (1830), "Il Vij" di Gogol (1835), "La morte amoreuse" (o "Clarimonde") di Gautier (1836) ai sonetti di Baudelaire "Le Vampire", "La Fontaine de Sang" e "Les Metamorphoses du Vampire."
Fra il 1845 e il 1847, un autore anonimo inglese (probabilmente un collettivo) pubblicò più di 220 dispense del feuilleton "Varney The Vampire" e, nel 1849, anche il maestro della letteratura d’appendice Alexandre Dumas lasciò il romanzo "Les Mille et un Fantomes", contenente un capitolo sul vampirismo dal titolo "La bella vampirizzata."
Nel frattempo, però, anche un grande autore come Tolstoj si era dedicato all’argomento, con le novelle "La famille du Vourdalak" (1847) e "Le vampire e Amena."
E ancora poesie, con Lautréamont ("Chants de Maldoror", 1868) e Vasile Alecsandri ("Strigoi").
Il celebre racconto lungo di Le Fanu, "Carmilla", che introduce il vampirismo lesbo, è del 1872, mentre il primo romanzo sui vampiri vero e proprio risale al 1875, ed è stato scritto dal romanziere d’appendice francese Paul Feval: "La ville vampire."
Gli Scapigliati nostrani hanno dato il loro apporto con "Penombre" (1864) e "Fiabe e leggende" (1867) di Emilio Praga, e l’Italia torna anche nel racconto di Francis Marion Crawford, autrice di romanzi gotici a sfondo romantico, "Fort the blood is life" (1880).
Altri autori noti come Kipling o Montague Rhodes James scrissero di vampiri, rispettivamente nel poema "The vampire" e nel racconto "Count Magnus", ma anche Paul Verlaine nelle sue poesie.
Il 1897 segna infine l’uscita del celeberrimo "Dracula" di Bram Stoker.
Il nostro Luigi Capuana scrisse il racconto "Un vampiro" nel 1907, mentre il primo ‘ciclo’ risale a Gustave Le Rouge, con "Le prisonnier de la planète Mars" (1908) e il sequel "La guerre des vampires" (1909), tentativo di commistione fra horror e sci-fi.
Anche il Nobel per la letteratura Wladyslaw St. Reymont, nel corso della sua carriera, ha scritto un romanzo a tema vampiresco: "Il vampiro" (1910), mentre Gaston Leroux ha accennato l’argomento in "La poupée sanglante" e "La machine assaissiner."
Hanns Heinz Ewers scrisse sia romanzi ("Alraune", 1911; "Vampir", 1920) sia racconti ("La salsa di pomidoro") sui vampiri, mentre il futurista Maciariello stampò nel 1922 l’antologia in versi "Canti malvagi", contenente "Il tuo sangue."
Dopo i racconti "And no bird sings" e "Mrs. Amworth" (1923) di Benson, gli anni ’20 sono dominati dai giallisti, da Conan Doyle a Irving Goodwin, con, rispettivamente, l’avventura di Sherlock Holmes "The Sussex Vampire" (1927) e "Il vampiro."
Gli anni ’30 vedono invece lo sviluppo della narrativa pulp americana, con le storie di Marion Brandon ("The dark castle", 1931), Franklin W. Ryan ("The last earl", 1933), il serial di Hugh Davidson. "The vampire master" (a partire dal ’33), McClusky ("Loot of the vampire", 1936), Kuttner ("I, vampire", 1937), la moglie C.L. Moore ("Scarlet dream") e soprattutto Clark Ashton Smith, con gli universi di "Zothique" e "Averoingne."
Con il surrealismo, incontriamo invece il nostro Tommaso Landolfi ("La pietra lunare", 1939) e il romeno Ghérasim Luca ("Le vampire passif", 1945).
Autori noti di fantascienza come Ray Bradbury, Richard Matheson, E. C. Tubb e Theodore Sturgeon ci hanno lasciato opere a tema vampirico, rispettivamente con i racconti "The man upstairs" (1947), "Drink my blood" (1951), "Fresh Guy" (1958), e il romanzo "Some of your blood" (1961).
Gli anni ’60 si disperdono nella creazione di numerosissime collane horror e la novelization di film famosi, dai "Racconti di Dracula" a "KKK Classici dell’Orrore", che pubblicarono i romanzi di Marion Wales ("Alle soglie dell’Inferno", 1968) e Liz Lawrence ("Il vampiro", 1969).
Dopo la serie di racconti di Neally Kaplan e Michael Avallone, e la novelization tratta dal telefilm "Dark Shadow", gli anni ’70 vedono una serie di romanzi di Philip Josè Farmer ("The image of the beast", 1970; "Blown", 1971) e di Robert Lory ("Dracula returns", 1972; "The hand of Dracula", 1973). Riprendono quota anche le collane nostrane, con ottimi scrittori come Inisero Cremaschi, Giuseppe Pederiali e Franco Tamagni.
Gli anni ’70 segnano però anche l’uscita di due (relativamente recenti) cult del genere, "Intervista col vampiro" di Anne Rice (1976) e "Le notti di Salem" di Stephen King (1977).
Del ’77 sono anche "The blood of Dracula", di Jack Hamilton Teed, sequel del romanzo di Stoker, e "Dracula Unborn" di Peter Tremayne, autore pure di altri romanzi a tema come "The revenge of Dracula" (1978) e "Dracula, my love" (1980).
Il romanzo più affascinante dei ’90 è, forse, "The secret life of Laszlo, Count Dracula", di Roderick Anscombe (1994), dove i temi del vampirismo si mischiano a quelli della psicanalisi.
Gli anni 2000 vedranno imperare i vampiri romance alla Meyer e alla Harris, ma questa è storia recente, e la conosciamo a menadito.
Per approfondire l'argomento, non solo per quanto riguarda la letteratura, ma anche il cinema, il teatro, l'arte e il folklore, potete leggere il saggio di Cammarota - I vampiri (Fanucci). Se però non avete letto almeno i romanzi insieme a questo saggio nella foto in alto, per punizione dovrete donare un litro di sangue.
Che la Dea vi benedica




Edizione di "Intervista col vampiro" precedente all'uscita del film di Neil Jordan

venerdì 27 novembre 2015

Pier delle Vigne non si è suicidato

Il celebre suicida dell'Inferno di Dante è in realtà morto a seguito di un'aggressione della folla...


Chi, leggendo l’Inferno di Dante non è rimasto affascinato dalla figura del suicida Pier delle Vigne? Ebbene, pare che il celebre personaggio storico vissuto alla corte di Federico II non si sia affatto suicidato, né che sia morto accecato nella fortezza di San Miniato.
Alcuni recenti studi dimostrano che, nell’aprile del 1249, giunse nella chiesetta dello spedale (no, non è un refuso, all'epoca si chiamava così, dall'antico fiorentino) di Pisa. La Chiesa di S. Andrea sorgeva all’interno delle mura della città, a ridosso del margine sud-orientale, lungo l’Arno, nel quartiere della Barattularia. Se si fosse vociferato di tentato suicidio, delle Vigne non avrebbe potuto ricevere l’estrema unzione, né essere ricoverato in luogo consacrato.
Pier delle Vigne discendeva da una famiglia né ricca, né nobile, e aveva raggiunto le più alte cariche alla corte di Federico II grazie alle sue abilità. Portavoce di Federico e Protonotaro del Sacro Romano Impero, era stato arrestato a Cremona una notte di febbraio per motivi oscuri e poi condotto al castello di Borgo San Donnino. Trasferito nella Fortezza imperiale di San Miniato, era stato accecato per ordine dell’Imperatore e, al seguito della corte, spostato verso Pisa.
Il corteo era arrivato da Via Guazzolungo e, entrando in città, l’uomo aveva dovuto sopportare le grida e gli insulti della folla, forse qualche pietra. Cieco, sessantenne, a cavallo e con i polsi legati, come avrebbe potuto mantenere l’equilibrio? Probabilmente era caduto a terra tra l’orrore e la gioia del popolo pettegolo che si era divertito a dileggiare un potente caduto in disgrazia.
Le missioni di pace presso il Papa non avrebbero dovuto far pensare a un suo tradimento; aveva condotto numerose ambascerie per difendere l’Imperatore dalle scomuniche; stimava ogni classe sociale, anche le più umili, e teneva in alta considerazione ogni razza e ogni credo, così, aveva sostituito uomini di Chiesa e collaboratori nobili con burocrati e giuristi come lui. Proprio per questo, anche se dopo la disfatta di Parma era rimasto per Federico l’unico punto d’appoggio, loschi consiglieri lo spinsero alla rovina per invidia e sete di potere.
L’Imperatore ordinò che i beni già confiscati a Pier e ai suoi parenti venissero restituiti alla Curia arcivescovile di Capua. L’infamia gettata sul suo nome finì per coprirlo del tutto e, per nasconderlo alla memoria delle generazioni a venire, il suo nome scomparve da ogni documento ufficiale; se talvolta riaffiorava da qualche carta inutile e volutamente tenuta in scarsa considerazione, era solo per essere associato alla parola “traditore.” La moglie e il figlio non poterono neppure dare degna sepoltura alle spoglie, forse cumulate nella cripta della Barattularia.
In seguito, però, pure Federico II venne colpito da un misterioso male che lo costrinse pressoché all’infermità. La segreteria fino a poco tempo prima diretta da Pier delle Vigne era passata nelle mani di Gualtiero di Ocra, sacerdote su cui correvano voci di un suo attentato nei confronti del Papa, e non era al di fuori che stesse agendo sullo spirito ormai debole dell’Imperatore, anche a discapito del suo predecessore. A delle Vigne non era andato a genio il ripristino di alcuni benefici feudali da parte di Federico II, dato che ne sarebbe stata compromessa l’immagine laica che di lui si era fatto il popolo, ma l'ipotesi dello sventato accordo col Papa appare esagerata e fuori dalla sua sfera d'azione; tanto più inverosimile quella che lo vedeva sottrarre ingenti somme di denaro dalle casse del Regno, quando semmai era il motivo contrario, a renderlo inviso a qualcuno.
Più probabile che Gualtiero raccontasse bugie a Federico II a suo vantaggio (come in precedenza era già successo in riferimento a presunti tentativi di avvelenamento) e lo aiutassero in questo il Conte di Manupello e Riccardo Conte di Caserta, che avevano subìto spesso, da parte di delle Vigne, le lamentele dell’Amministrazione Fiscale. In particolare il Conte di Caserta, poi sposo della figlia naturale di Federico, Violante, sorella del più celebre Manfredi (pure lui sopravvissuto ai secoli grazie a Dante), sembra non sia stato al di fuori degli intrighi che portarono alla morte l’Imperatore stesso, e fa parte della schiera di traditori che, nel corso della battaglia di Benevento del ’66, furono causa indiretta della morte dell’erede ‘bastardo’ Manfredi.

Bibliografia:
Renato Papale - Morte accidentale di un Logotheta (ETS)
Antonio Casertano - Un oscuro dramma politico del secolo XIII (Sveva Editrice)
Eberhard Horst - Federico II di Svevia, l'Imperatore filosofo e poeta (BUR)
Renato Russo - Federico II e le donne (Editrice Rotas)
Bianca Tragni - Il Re solo, Corrado IV di Svevia (Mario Adda Editore)
Giulio Cattaneo - Federico II di Svevia, lo specchio del mondo (Newton & Compton)
Angela Picca - Syfridina, contessa di Caserta (Edizioni Ciac)
Maria De Palo - Elena, una donna una regina, la tragica vicenda della sposa di Re Manfredi (Bastogi)
Raffaello Piracci - Elena Comneno (Il Tranesiere)
Stefania Mola - Castel del Monte (Mario Adda Editore)
Ecclesia Omium Sanctorum de Trani (Editrice Cacucci)

mercoledì 25 novembre 2015

Il giorno del sambuco



Care consorelle e confratelli,
col giorno di oggi, entriamo nel mese di Ruis (il Sambuco). Albero magico, fornisce il legno al flauto rituale e la bacchetta del comando, e le bacche alla bevanda sacra dei druidi. Appeso fuori dalle stalle protegge il bestiame, ma in cucina o bruciato porta sfortuna. 
Il tempo mistico degli antichi celti era scandito dal calendario degli alberi, e ogni mese (13, perché modellato sulle lunazioni) era dedicato a un particolare albero che ne caratterizzava la stagione, sia a livello naturale sia metaforico. Ricostruito sulla base dell'antica tradizione druidica, lo trovate per intero nella scheda "Nozioni magiche", alla voce "Festività pagane."
Se volete approfondire l'argomento, oltre al più volte citato "I segreti della stregoneria" di Jean de Blanchefort, vi consiglio la lettura dei saggi "Il segreto dei druidi" di Peter Berresford Ellis (Piemme), "La magia dei celti" di Pina Andronico Tosonotti (Xenia) e "I celti - barbari d'occidente" di Christiane Eluère (Electa/Gallimard).
Che la Dea vi benedica



lunedì 23 novembre 2015

Shakespeare, i Rosacroce e le streghe di North Berwick

"Ewphame Macalzean, accusata di essere stata presente al convegno nella Chiesa di North Berwick venti giorni prima di San Michele, nel 1590, dove essi chiesero l’effigie del Re data da Agnes Sampson al Diavolo perché la stregasse per il proditorio assassinio del Re. Inoltre, accusata di essere stata presente al convegno tenuto al porto chiamato Fayrie-Hoillis, l’ultimo Lammas con lo scopo suddetto. Inoltre, accusata di essere stata presente al convegno con altre note streghe tenuto a Browme-hoillis dove essi andarono per mare e Robert Grierson era capitano al fine di trattenere la Regina con una tempesta. Inoltre, accusata di aver consultato la detta Agnes Sampson, Robert Grierson e varie altre streghe per ritardare proditoriamente il ritorno della Regina con vento e tempesta e di aver scatenato una tempesta a tal fine e per annegare Sua Maestà e il suo seguito, praticando incantesimi su gatti e gettandoli in mare a Leith, dietro la casa di Robert Grierson...”


Quello che avete appena letto è un estratto dagli atti di un processo avvenuto in Scozia nel giugno del 1591. La maggior parte dei dettagli relativi alla vicenda è ricavata dal saggio “Le streghe nell’Europa Occidentale” dell’antropologa Margaret Murray, e le streghe di North Berwick sono passate alla storia perché il loro Diavolo era il cugino di Giacomo VI: Francis Stewart Conte di Bothwell, intenzionato a scatenare una tempesta per uccidere il Re.
L’ufficiale della congrega, John Fian, era stato processato il 26 dicembre del 1590; l’altro cardine, Agnes Sampson, il 27 gennaio, con una cinquantina di capi d’accusa a carico; Barbara Napier, altro leader, l’8 maggio, per essere strangolata e bruciata (poi assolta, perché incinta). La Sampson e Fian erano stati torturati (come di regola per i processi di alto tradimento), affinché rivelassero il nome del mandante, dato che la tempesta realmente scatenatasi, raggiungendo quasi lo scopo, aveva attirato l’attenzione dei curiosi. Nell’affare erano rimasti coinvolti in trentanove (settanta persone implicate in tutto), ma l’accusa si era concentrata su quattro dei nove leader. I rimanenti nomi erano emersi dalle loro confessioni.
John Fian confessò di aver contattato Marion Linkup per trovarsi sul mare, dove Satana scatenò la tempesta. Agnes Sampson fu accusata di aver scelto Geillis Duncan come mandataria del biglietto scritto da Fian: “Marion Linkup, tu devi avvertire le altre sorelle di levare il vento questo giorno alle ore undici per impedire il ritorno delle Regina in Iscozia.” I partecipanti chiamati alle saline avrebbero dovuto agire da est e unirsi a quelli già là.
Barbara Napier faceva parte dei nove fedeli che si erano riuniti al porto di Aitchesounes-heavin, l’ultimo Lammas, dopo il ritorno del Re dalla Danimarca. Agnes Sampson, Jonet Stratton, Ewphame Macalzean, Barbara Napier, John Fian, Robert Grierson, la moglie di George Mott di Preston, Margrett Thomson e Donald Robson, insieme al Diavolo, formavano il gruppo dei fedeli chiamato ad agire.
Il Diavolo assicurò che avrebbe fatto il possibile per aiutarli, e incaricò Ewphame e Barbara di plasmare un’immagine di cera raffigurante il Re; ordinò di arrostire un rospo e di mescolare le gocce del suo sangue al veleno, per poi farlo gocciolare dalle porte dove Sua Maestà era solito entrare o uscire. Tutto ciò avrebbe dovuto ucciderlo e il governo del paese sarebbe passato in mano al Diavolo. Margaret Thomson avrebbe dovuto far gocciolare il rospo e alla Linkup fu affidato l’incarico di entrare in possesso della biancheria del Re.
La versione di Agnes concordò, ma aggiunse le parole del Diavolo una volta davanti all’immagine di cera: “Questo è il Re Giacomo Sesto che sarà consumato su richiesta di Francis Stewart conte di Bothwell.”
Il conte di Bothwell era nipote del terzo marito di Maria Stuart, colui che causò la rivolta e segnò il tragico destino della Regina.
In precedenza, Maria si era sposata con un cugino, Lord Darnley, padre del futuro Re Giacomo, ma, seguendo i suggerimenti del consigliere, aveva rifiutato al marito la corona. Darnley aveva reagito facendo uccidere il consigliere davanti alla Regina e accusandola di esserne l’amante. Maria finse la rappacificazione col marito poco prima che questi venisse a sua volta assassinato. I sospetti e le accuse piombarono quindi sul nuovo favorito, Bothwell, che rapì Maria e fuggì con lei a Dunbar Castle. Assolto, la sposò.
Sia i protestanti sia i cattolici si ribellarono alle nozze tra un protestante e la Regina cattolica per eccellenza. Maria e Bothwell affrontarono gli insorti, ma l’esercito reale si rifiutò di combattere. Il Conte fu così costretto a rifugiarsi prima in Norvegia, poi a Copenaghen, e i nobili scozzesi forzarono Maria ad abdicare. Imprigionata mentre Giacomo diventava Re, vide annullato il suo matrimonio con Bothwell che, isolato nel castello di Dragsholm, morì pazzo.
Maria, durante i vent’anni di prigione e la successiva fuga in Inghilterra, non smise di intrigare contro Elisabetta I, considerata da lei bastarda e quindi erede non legittima, perché avuta da Enrico VIII dopo il divorzio e non la morte della precedente moglie. I cattolici cospirarono a lungo per imporla al posto di Elisabetta e, per complicità in una di queste trame, fu giustiziata.
Ecco che, invece, sul trono c’era adesso un erede altrettanto illegittimo!
Il Nostro Bothwell era nipote sia del suddetto Conte, sia di Giacomo V, padre di Maria. Il Papa aveva difatti legittimato i due figli naturali di Giacomo, e il padre di Francis, più anziano, sarebbe stato l’erede. Quale sdegno avrà provato nel veder salire al trono il figlio di Maria e Darnley, che oltretutto fu assassinato prima di indossare la corona?
Quando il fatto venne a galla, Bothwell negò tutto, e l’accusa di alto tradimento cadde per mancanza di prove. La Sampson ammise che l’effigie le era stata richiesta da lui, ma la vera compromissione sarebbe arrivata da Fian, che aveva firmato la confessione alla presenza del Re.
Fian fu affidato al custode del maestro del carcere e rinchiuso in una cella singola; sotto tortura ammise di aver seguito i disegni del Diavolo e fece voto di diventare un perfetto cristiano, ma la notte successiva fuggì dalla prigione. La versione ufficiale fu che Fian riuscì a prendere le chiavi della cella e a fuggire (non lo avrà aiutato qualcuno?), ma fu catturato nuovamente e ritrattò. Scelse il martirio e, neppure sotto tortura, parlò più della tempesta. Strangolato e con le gambe spezzate, fu bruciato alla fine del gennaio del ’91 a Castle Hill.
La detta Agnes Sampson confessò che il Diavolo li aspettava nella Chiesa di North Berwick in forma o similitudine umana e faceva esortazioni blasfeme e fortemente inveiva contro il Re di Scozia e li faceva giurare che gli avrebbero reso buoni servigi e sarebbero stati fedeli, poi andò via. Fatto questo, essi tornarono sul mare e quindi a casa. Allora le streghe chiesero al Diavolo perché avesse tanto in odio il Re ed egli rispose per la ragione che il Re era il più gran nemico che avesse al mondo.”
Per la vigilia d’Ognissanti, il Diavolo aveva radunato gli adepti per il consueto convegno nella Chiesa di North Berwick. C’erano circa centoquaranta persone e molte erano arrivate a cavallo da lontano. Salì sul pulpito con un libro in mano, e disse: “Sarò Buon Maestro se voi sarete Buoni Servi.”
Ma Ewphame ancora non aveva plasmato l’immagine di cera.
“Dov’è ciò che avete promesso?” tuonò Robert Grierson alla sinistra di Bothwell.
“Dov’è l’immagine di Sua Maestà?” chiesero altre donne volgendosi verso Barbara, l’altra incaricata.
Barbara la promise per l’incontro successivo. Presto si sarebbe tenuta una nuova assemblea.
Il Sabba iniziò con gli omaggi al Diavolo che si era presentato con una maschera d’aquila dietro la testa, per apparire bifronte, in saluto all’estate che se ne andava e all’inverno che arrivava. Tutti lo baciarono sugli orecchi rinnovando i voti di fedeltà e lui chiese i resoconti degli incantesimi di ognuno.
Barbara Napier danzava ubriaca, Geillis Duncan suonava lo scacciapensieri, John Fian guidava le danze. Nel particolare ballo chiamato “Follow my leader”, gli adepti si disponevano in cerchio, e il secondo del Diavolo, Fian, chiudeva la fila e comandava le mosse.
Al cantare del gallo il Gran Maestro dichiarava chiuso il convegno con un colpo di gong.
Però, neppure per l’assemblea successiva fu pronta l’immagine di cera, e Grierson parve ancora più arrabbiato: “L’avete già promesso due volte, ci avete ingannato!”
Bothwell ripeté le esatte parole che aveva pronunciato al primo litigio, ormai in una giustificazione aperta della Napier (sarà stato suo, il figlio per cui venne in seguito assolta?).
Fian fu interrogato in merito al perché del sacrificio del gatto, e rispose che, in un convegno a Browme-Hoillis, il Diavolo aveva ordinato a tutti di cercare gatti da gettare in mare, per levare tempeste in grado di distruggere navi. La lettera riguardo la congiura era stata consegnata alla congrega di Leith. Otto giorni dopo, a casa di Wobster, Agnes Sampson, Jonnet Campbell, John Fian, Geillis Duncan e Meg Dunn battezzarono il gatto; poi, a casa di Beigis Tod, gli legarono alle zampe delle articolazioni umane e, con la Campbell, lo scortarono al molo di Leith, a mezzanotte.
Dopo Fian, anche Agnes confessò sotto tortura. La maggior parte dei capi d’accusa a lei imputati riguardava la cura o l’uccisione con le formule magiche.
La prima volta che Agnes servì il Diavolo fu dopo la morte del marito. Mossa dalla povertà, rinunciò a Cristo e gli chiese di rendere lei e i figli ricchi e capaci di vendicarsi con i nemici. La seconda volta fu marchiata.
Era stata esaminata dallo stesso Re a Holyrood Castle, dove venne rasata e spogliata per verificare la presenza del marchio del Diavolo, trovato negli organi genitali. Venne fissata al muro della cella con il laccio della strega, uno strumento di ferro con punte acuminate che forzavano la bocca: due contro la lingua e due pressate contro le guance. Stava perdendo i sensi, quando confessò in merito alle accuse.
In aprile, nel giorno in cui Grierson morì in prigione sotto tortura, Richard Graham accusò Bothwell: “Mi offrì un anello di vari colori e mi disse che c’era uno spirito rinchiuso per mezzo del quale era in grado di prevedere il futuro e leggere nei pensieri della gente. Io ovviamente disdegnai quell’anello. Non abbiamo mai parlato di sua Maestà. Ci sono molte dicerie sul mio conto ed escono tutte dalla bocca di persone invidiose.”
Graham affermò che il servo di Bothwell, Archibald, aveva ricevuto più volte del denaro dal suo padrone in cambio della promessa di aiutarlo a eliminare il Re.
Bothwell comparve davanti al Consiglio del Re e ammise di aver conosciuto Graham qualche anno prima, ma aggiunse: “Mandate pure a chiamare Archibald. La testimonianza di Graham non gode di alcun credito e pure se Archibald testimonierà contro di me sarà solo la sua parola contro la mia e non ci saranno prove. Vi prego di dirmi di cosa sono accusato veramente, Sire” fu la difesa di Bothwell.
“Ho in mano la sua vita, Conte, non insinui...”
“Si dovrebbe trovare un’altra ragione per accusarmi oltre a quella di oggi.”
“Quella di oggi mi pare sufficiente.”
“Non ci sono garanzie che ciò che dice Graham sia vero.”
“Lui mi ha ordinato di agire contro di voi Maestà!” disse Graham.
“Lascio a voi di rispondere a voi stessi. Tornerò al mio castello sperando che venga presa una decisione saggia” concluse Bothwell, rivolto al Re.
E colpevole fu trovato il servitore che non si presentò.
In estate vinse la tesi che vedeva Richard Graham come un negromante bugiardo e ignorante. L’accusa condotta contro un nobile come Bothwell da un infame si era rivelata inverosimile. In passato Graham era stato spesso consultato per stregoneria, ma nella cospirazione contro il Re aveva superato ogni limite. Bothwell inviò una lettera al ministro in cui ripeté la sua difesa e si dichiarò di nuovo innocente. Graham fu bruciato nel febbraio del ‘92
Ma torniamo al pavido Giacomo VI. Possibile che non avesse arruolato spie, per acciuffare tutti questi invisibili? La nota studiosa Frances Yates (nella foto vedete tre fra i suoi saggi sul tardo Cinquecento) allude spesso a legami fra la setta esoterica dei Rosacroce e Shakespeare, ma, non avendo prove, può solo lasciarci immaginare le conclusioni che sono state portate avanti - seppur in maniera non dimostrabile - dal giornalista e conduttore televisivo Gabriele La Porta, ovvero che gli “attori” - così si definivano i rosacrociani - non fossero altro che la compagnia teatrale di Shakespeare.
Quando Giacomo VI divenne Giacomo I, in successione di Elisabetta d’Inghilterra, Shakespeare faceva parte della Compagnia del Lord Ciambellano e, secondo varie teorie susseguitesi nei secoli, era un semplice attore che prestava il nome a un occulto scrittore che scriveva drammi per il Re.
L’occulto scrittore in questione non era altri che Francis Bacon, sempre secondo queste teorie figlio illegittimo della Regina Elisabetta e del Conte di Leicester. Cresciuto come “figlio del Lord Guardasigilli”, rimase in silenzio, dato che quando l’altro fratello naturale tentò di rivelare la sua vera identità, fu imprigionato e ucciso nella torre di Londra. Bacon si rese conto che non poteva scrivere allo scoperto le allusioni che gli premevano, quindi si nascose dietro l’umile attore e uomo di commercio che, in verità, non scrisse mai drammi in vita sua. Però mi è sempre sembrato sospetto che gli anni perduti della sua biografia si concludessero insieme alle vicende di North Berwick, con la salita alle cronache del 1592.
Il titolo dell’ultima commedia - La Tempesta - già ci riporta all’altro Francis, anche se i più ricollegarono la vicenda alle recenti scoperte fatte nel Nuovo Mondo. Secondo me, i racconti dello - chiamiamolo - “spione esoterico al servizio di Sua Maestà” - avevano scatenato in Bacon l’ira verso colui che aveva innescato quel meccanismo sentendosi l’erede al trono legittimo al posto di Giacomo, non sapendo che in realtà c’era al mondo chi ne aveva ancor più diritto. Numerose dicerie sull’identità dell’autore si sollevarono sulla “Francis B” che apparve sui manoscritti, e la prima parola della Tempesta (Botheswane: Nostromo) fu presa a pretesto del fatto che Bacon ne fosse l’autore. Forse l’allusione è stata fraintesa?
Niente trono per chi si chiama Francis B.
Ci sarà sempre un Cesare che rischierà la vita in una congiura. Bothwell e Fian, novelli Bruto e Cassio, avevano visto il loro sodalizio sgretolarsi giorno dopo giorno, fino alla morte del più debole. Ecco storici drammi di bastardi e alti tradimenti, tempeste e congiure, eredi più o meno legittimi e impostori di Berwick.
Certo, non troverete prove su alcun saggio, però mi piace pensarlo.
Francis comunque cercò il perdono del Re, ma quando nel luglio del ’93 fu introdotto a Holyrood Palace, Giacomo, impaurito, si rifiutò di vederlo e tentò di rifugiarsi nelle stanze della Regina. Gli amici di Bothwell glielo impedirono sbarrandogli la strada e chiudendolo a chiave nella stanza. Nessuno, in verità, aveva creduto alla sua innocenza. Lui, la moglie e i bambini sarebbero stati segnati a vita. E il nostro Diavolo/Prospero fallito si rifugiò a Napoli, dove morì in povertà.

giovedì 19 novembre 2015

Aggiornamenti sulle Spose della notte

Care consorelle e confratelli,
a distanza di mesi, il Demone e le Spose sono ancora vivi e vegeti, motivo per cui ho intenzione di rispolverare i personaggi delle Spose per il solstizio d’inverno. La storia di per sé era autoconclusiva, ma ho lasciato alcune porte aperte di soppiatto, in modo da poter far tornare Dunia e co. Del resto, abbiamo un conto in sospeso con qualcuno. I ragguagli arriveranno fra meno di un mese; nel frattempo vi lascio al punto in cui eravamo rimasti...
Che la Dea vi benedica

I potenti maghi che stanno cercando di sedurti possono dire il falso o il vero. Solo tu puoi scoprire chi ha ucciso le tue compagne di congrega.


Notte di Halloween. Dunia sta festeggiando in un locale con le compagne della Congrega, quando una consorella viene misteriosamente uccisa. L’amico Sabisto, appartenete al credo esoterico della Loggia, protegge le streghe con un rito di magia sessuale, e le aiuta a indagare non solo sulla morte della consorella, ma anche su quella di tutti i compagni trucidati quella stessa notte. I loro cammini s’intrecciano con quelli di tre membri dell’oscura Cabala: il seducente Elias, l’ex confratello Ramòn e il mezzelfo Fulke. I maghi forniscono tre diverse versioni dei fatti. Secondo Elias è la Loggia che le sta manipolando per i suoi scopi; ma per Ramòn, che si dichiara doppiogiochista per proteggerle, la colpa è proprio di Elias, che ha in mente un progetto assolutista per portare avanti un unico credo. E poi c’è Fulke, che afferma di appartenere ai servizi segreti magici. Dunia potrà fidarsi di quest’uomo tanto arcano e bizzarro?