giovedì 31 dicembre 2015

La notte del popolo fatato

La notte del 31 dicembre nel folklore celtico.


Care consorelle e confratelli,
se oggi stappiamo spumante nel corso della serata del 31 dicembre è per salutare una fine e augurare un buon inizio. Per la tradizione celtica, però, si tratta anche della notte del popolo fatato, ovvero di tutte quelle creature come elfi o gnomi che popolano le leggende del folklore bretone. Una delle storie relative a questa ricorrenza riguarda i Tuatha de Danaan, i magici "uomini della Dea", abitatori del Grande Nord. Piuttosto che soccombere all'avanzata dei Gaeli, preferirono nascondersi agli occhi dei comuni mortali sulle colline d'Irlanda e da allora i Tuatha sono diventati gli 'invisibili' del Piccolo Popolo. Si possono trovare ancora oggi in luoghi verdi e solitari o castelli sperduti, ma gli incantesimi li proteggono dagli occhi degli uomini. Tuttavia, le loro dimore - solo se i padroni di casa lo vogliono! - risultano visibili in occasione di festività particolari come gli equinozi, i solstizi, Samhain o Beltaine, soprattutto nei momenti in cui si verifica il passaggio dalla luce all'oscurità, o viceversa.
Che la Dea vi benedica

giovedì 24 dicembre 2015

Alle origini di Babbo Natale

Alcune curiosità sulla reale figura che si nasconde dietro questo celebre personaggio...



Care consorelle e confratelli,
numerose leggende ruotano attorno alla figura di San Nicolò, soprattutto nella tradizione nordica.
Vescovo, perse a poco a poco i segni episcopali, conservando la bontà; il mantello si trasformò in veste rossa orlata di pelliccia, e il cappuccio a punta sostituì la mitra.
Queste caratteristiche riecheggiano festività precristiane, come i Saturnali dell’antica Roma, così come succede per tutte le feste cristiane andate a sovrapporsi a feste precedenti, che la Nuova Religione voleva debellare, come Samhain/Ognissanti. Il viaggio della slitta, difatti, non è altri che il passaggio dalla lunga notte artica alla luminosità del nuovo anno (stesso concetto alla base di tutte le altre religioni pagane, incentrato sulla notte più lunga dell'anno, e il sole che ricomincia a crescere dal giorno successivo). E grazie Saturno, sotto il cui regno l’umanità aveva vissuto la mitica età dell’oro, venivano sospese le attività lavorative, e persino gli schiavi potevano sedere a tavola con i padroni. Era costume scambiarsi doni, darsi a danze, banchetti e giochi.
Nell’Europa centrale vengono celebrati diversi rituali rievocativi e folkloristici con protagonista San Nicolò (ovvero “Santa Klaus”), soprattutto scontri fra due attori che impersonano l’uno le forze delle tenebre, del gelo, dell’inverno e della natura addormentata, e l’altro quelle della luce, della primavera e della fertilità.
Il nostro Trentino è probabilmente la regione più ricca, in questo senso. A Penia, per esempio, San Nicolò viene festeggiato il 6 dicembre, quando i bambini gli inviano letterine per esprimere i loro desideri. La sera successiva, un rumore di catene per le strade annuncia ai bambini l’arrivo del Diavolo che punirà coloro che hanno combinato qualche marachella. Questo Diavolo però viene riportato all’ordine da San Nicolò, che interroga i bambini sulla loro condotta e distribuisce doni. In Tirolo, si aggira per le vie di Stelvio insieme a quattro angeli che portano una lanterna per fugare il buio, le verghe per punire i bambini che si sono comportati male, e i doni. Compaiono però anche un diavoletto e gli spiriti del male. Questi spiriti compiono una sorta di rito di iniziazione sui quattordicenni, incatenandoli in mezzo alla piazza e trasformandoli in asini. La processione ha comunque termine con la vittoria del bene sul male.
Le curiosità da riportare sarebbero tantissime, ed è impossibile approfondirle in questa sede; però vi consiglio il saggio di Maria Altiero “La mascherata dei Ciusi-Gobj” (Edizioni Scientifiche Italiane) dove potrete trovare molti altri racconti relativi alle tradizioni soprattutto del Nord Italia e del Trentino Alto Adige.
Che la Dea vi benedica

mercoledì 23 dicembre 2015

I giorni della betulla, del tasso e dell'abete rosso

Idho e Beth nel calendario Ogham.


Care consorelle e confratelli,
nella cultura celtica, i giorni del 23 e del 24 dicembre sono ricollegati rispettivamente, nel calendario/alfabeto Ogham degli alberi, al tasso (Idho) e alla betulla (Beth). Sono compresi nelle festività per il solstizio d'inverno, ovvero la notte più lunga dell'anno, quella che precede la rinascita del sole che ricomincia a crescere, alla base di tutte le religioni che prevedono nascite e rinascite in questo periodo. Non a caso, la betulla è un albero ricollegato al principio vitale, dato che si tratta di una delle prime piante che germoglia nelle foreste nordiche, ed è simbolo di purificazione. Il tasso è per contro associato alla morte, ma di conseguenza anche alla rinascita e alla reincarnazione. Prediligendo l'ombra, quest'albero è legato all'oscurità e al freddo del periodo, freddo e oscurità considerati tuttavia anche forza riequilibrante necessaria all'universo. La morte stessa è indispensabile per il ritorno alla vita, spirituale o agreste che sia.
Il giorno della betulla fa partire il mese dedicato a quest'albero, che si conclude il 20 gennaio, ma il 24 dicembre è associato anche all'abete rosso (o peccio, Ailm, nell'alfabeto Ogham), il classico albero di Natale. Viene per tradizione ricollegato a tutti i rituali volti ad accrescere l'abbondanza materiale e la fertilità, e la sua pigna è un portafortuna, mentre la resina è un ottimo agente magico legato alla purificazione.
Che la Dea vi benedica



Per approfondimenti e consigli, leggi anche:
Il calendario Ogham: buon Ruis
La magica musica dei celti

lunedì 21 dicembre 2015

Il Solstizio d'Inverno

Arriva la notte più lunga dell'anno.


Care consorelle e confratelli,
in questi giorni, varie religioni celebrano eventi che hanno a che vedere con nascite e rinascite a causa di un fenomeno atmosferico che attrae l'umanità dell'alba dei tempi. La notte del ventuno dicembre, difatti, è la più lunga e buia dell'anno. Dal giorno successivo, però, il sole rinasce, ricomincia a crescere, fugando le ombre della notte. Quale data migliore, dunque, per leggere sia Le Spose della notte sia Luna di notte? Un brindisi per il Grande Sabba dell'inverno!
Che la Dea vi benedica



I potenti maghi che stanno cercando di sedurti possono dire il falso o il vero. Solo tu puoi scoprire chi ha ucciso le tue compagne di congrega.

Notte di Halloween. Dunia sta festeggiando in un locale con le compagne della Congrega, quando una consorella viene misteriosamente uccisa. L’amico Sabisto, appartenete al credo esoterico della Loggia, protegge le streghe con un rito di magia sessuale, e le aiuta a indagare non solo sulla morte della consorella, ma anche su quella di tutti i compagni trucidati quella stessa notte. I loro cammini s’intrecciano con quelli di tre membri dell’oscura Cabala: il seducente Elias, l’ex confratello Ramòn e il mezzelfo Fulke. I maghi forniscono tre diverse versioni dei fatti. Secondo Elias è la Loggia che le sta manipolando per i suoi scopi; ma per Ramòn, che si dichiara doppiogiochista per proteggerle, la colpa è proprio di Elias, che ha in mente un progetto assolutista per portare avanti un unico credo. E poi c’è Fulke, che afferma di appartenere ai servizi segreti magici. Dunia potrà fidarsi di quest’uomo tanto arcano e bizzarro?

Su Amazon: www.amazon.it/dp/B0160RQW94




È possibile, senza magia, redimere il Male?

I maghi e le streghe che si sono scontrati nella notte del solstizio sono condannati dall’Alto Consiglio per aver agito in modo discutibile. A Dunia è imposta una pericolosa punizione esemplare: una Luna nella prigione magica con Elias. Qui, secondo le istruzioni di Jeremiah, affascinante membro del Consiglio legato alla Cabala, dovrà spingere il nemico a gettarsi nel burrone dell’oblio, per restituirlo alla comunità magica con tutti i suoi poteri e un’identità ripulita. La caverna è dominata da un’entità demoniaca che toglie ai prigionieri ogni possibilità di usare la magia, e che si dichiara intenzionata a proteggere Dunia, impedendole tuttavia di fuggire da quello che fino a quel momento pensava fosse il rivale peggiore. Ma quali sono le reali intenzioni del misterioso Jeremiah?


giovedì 17 dicembre 2015

La magica musica dei celti

Il potere del suono del Piccolo Popolo


Care consorelle e confratelli,
musica, canti, balli e giochi attorno ai falò sono sin dall’alba dei tempi prerogativa delle festività pagane, non ultima la tradizione celtica, le cui sonorità ci trascinano da subito in un’atmosfera rarefatta, e al contempo ben radicata nella natura, quasi si trattasse di un’altra dimensione… e forse così è.
La dea dell’elemento Fuoco, Brigit, insegnò la musica ai mortali, partendo dall’aria del suono, l’aria dell’allegria e l’aria del sonno, usando strumenti che andavano dall’arpa alle cornamuse, dalle lire ai flauti, fino a quelli a percussione (usati perlopiù per riti funerari e incitazioni in battaglia). La musica era talmente importante che se ne facevano delle gare, e strumenti e danze erano dipinti sulle stoviglie.
Lo strumento principe però era (ed è) l’arpa, di cinque tipi, dalla più grande, usata soprattutto in occasioni importanti, alla più piccola, portatile, e il bardo che la suonava era considerato alla stregua di un druido. Dotato di poteri magici, questo strumento, veniva difatti usato per compiere incantesimi e assoggettare le persone con il semplice suono (leggende addirittura narrano che il potere del suono fosse in grado di sollevare e spostare grossi massi). Si diceva inoltre che le vibrazioni avessero potere terapeutico (e non si discostano certo dalle moderne teorie di musicoterapia) e che placassero gli animi degli uomini morti in battaglia.
Il celebre bardo Taliesin, per esempio, narrava più che altro gesta di eroi, ma nelle sue ballate corre anche un filo iniziatico; lo stesso che probabilmente ci permette di scorgere l’invisibile Piccolo Popolo fra le note dei brani più attuali.
Certo, per quanto riguarda le testimonianze sonore in sé, poco ci è rimasto, a seguito della conquista cristiana, ma sappiamo che l’Irlanda aderì alle forme musicali antiche indoeuropee mantenendo la scala pentatonica, ed è per questo, probabilmente, come sostiene una frangia della critica musicale, che le sonorità moderne riecheggino talvolta i raga della musica indiana.
Con la scomparsa dei druidi, i bardi si trasformarono in menestrelli che vagavano di corte in corte, portando comunque avanti una tradizione che si sarebbe altrimenti persa.
Per concludere, vorrei ricordare che l’arpa è associata dalla cultura celtica alla mela, in quanto simbolo di conoscenza dell’al di là e dell’iniziazione, ma è anche strumento femminile, emblema di intuizione.
Che la Dea vi benedica

Bibliografia:
Peter Berresford Ellis - Il segreto dei druidi (Piemme)
Pina Andronico - La magia dei celti (Xenia)
Christiane Eluère - I celti (Electa Gallimard)

domenica 13 dicembre 2015

Luna di notte

Care consorelle e confratelli, è disponibile da oggi su Amazon - per la prevendita - l'annunciato sequel delle Spose della notte, in uscita per il giorno di Venere che precede il solstizio d'inverno. Del resto, qualcuno ci aveva detto “Non finisce così!” e dalla copertina capiamo anche di chi si stratta. Di seguito trovate tutti i dettagli, che la Dea vi benedica

È possibile, senza magia, redimere il Male?


I maghi e le streghe che si sono scontrati nella notte del solstizio sono condannati dall’Alto Consiglio per aver agito in modo discutibile. A Dunia è imposta una pericolosa punizione esemplare: una Luna nella prigione magica con Elias. Qui, secondo le istruzioni di Jeremiah, affascinante membro del Consiglio legato alla Cabala, dovrà spingere il nemico a gettarsi nel burrone dell’oblio, per restituirlo alla comunità magica con tutti i suoi poteri e un’identità ripulita. La caverna è dominata da un’entità demoniaca che toglie ai prigionieri ogni possibilità di usare la magia, e che si dichiara intenzionata a proteggere Dunia, impedendole tuttavia di fuggire da quello che fino a quel momento pensava fosse il rivale peggiore. Ma quali sono le reali intenzioni del misterioso Jeremiah?

ANONIMA STREGA si occupa da sempre di tematiche legate all’occulto. Preferendo tutto quanto concerne l’universo femminile neopagano, è di conseguenza al contempo molto romantica, anche se l’oggetto dei suoi desideri esce spesso dalle righe, così come i personaggi delle sue storie. Crede fermamente che gli elementi del creato siano guida e strumento, sia per le streghe, sia per i protagonisti di avventure d’amore paranormali, come quelli dei romanzi “Spettabile Demone” e “Le spose della notte”, dei racconti “Killer di cuori”, “La felce e il falò” (su “La mia biblioteca romantica”) e “La fame del ghoul” (su “Romanticamente Fantasy”). Il suo antro è situato in un luogo nascosto, custodito da una gatta nera d’angora e una coppia di anziani troll norvegesi. Dispensa consigli magici su anonimastrega.blogspot.it

Genere: urban fantasy/paranormal romance
Numero di pagine: 232
Editore: Self
Prezzo: 1,99 euro
Data di uscita: 18 dicembre 2015
È preferibile aver letto in precedenza “Le spose della notte”, ma i primi capitoli presentano rapidi raccordi che rendono comprensibile la trama anche a chi non è ancora in possesso del volume 1.


venerdì 11 dicembre 2015

Castel del Monte

In viaggio all'interno di una delle architetture più magiche d'Italia...



Care consorelle e confratelli, c’è un castello, nelle vicinanze di Andria, famoso per aver ispirato numerose leggende; un grosso animale che prende vita dall’istante in cui ve lo trovate davanti.
La corona sulla collina si presenta muta come un Imperatore conscio del suo potere e imponente come un Drago secolare.
L’esteso panorama è esaltato dall’isolamento del castello e dalla maestosità, dall’altezza che pone la costruzione a più di cinquecento metri oltre il livello del mare, e le torri spuntano da ogni vertice dei lati dell’ottagono.
A metà della parete esterna, corre un cornicione che indica la divisione in due piani all’interno e sembra quasi la costola di un libro gigantesco. Tante religioni fuse in un unico Dio. L’ottagono: la mediazione tra il cerchio e il quadrato, il perfetto e l’imperfetto, Dio e l’uomo. Questo enorme libro di pietra vuole essere immagine e teorema della resurrezione dell’uomo mortale che, con la conoscenza, diventa egli stesso divino. Un Graal da cui bere le leggi del creato, un’arca in cui custodire numeri magici e consonanze musicali.
Entrati nel cortile del castello, possiamo ammirare la vasca al centro delle linee immaginarie che si dipartono dagli spigoli della costruzione. Come fonte battesimale sospesa tra la terra, il cielo e gli inferi.
Si nota a questo punto la bellezza della porta di fronte in contrasto con l’aspetto poco curato di quella da cui siamo entrati: l’ospite deve restare colpito da ciò che ha davanti, i particolari che ci lasciamo alle spalle sono meno importanti.
Ogni piano è diviso in otto sale trapezoidali che corrispondono ai lati del castello e, dall’interno, si può osservare che ogni parete presenta due finestre, bifora al secondo piano e monofora al primo. Il lato nord sfoggia invece una trifora finemente decorata in marmo e breccia, in omaggio alla fedeltà della città di Andria. In marmo è anche gran parte dell’arredo, e i pancali lungo il muro invitano a sedersi. Le stanze terminali, quelle la cui parete di fondo non comunica con altre, presentavano un tempo ogni sorta di comodità, dal camino ai giacigli per stendersi dai colori sgargianti delle stoffe orientali, e con la fantasia riusciamo a immaginarle, anche se oggi tutto è spoglio.
Le volte di marmo cipollino sono sorrette da colonne, e le decorazioni sul soffitto, al centro della crociera, sono diverse in ogni stanza; curate sono persino le volte che coprono le scale, all’interno delle torri. Qui si aprono delle strette feritoie per dar luce alle scale che, a chiocciola, imbruniscono la salita. L’accesso ai servizi, aperti appunto sulle scale, era guidato un tempo da lanterne appositamente poste sull’entrata del bagno.
Le scale girano curiosamente verso sinistra. Nei castelli adibiti a difesa, le scale vanno verso destra per impedire che i nemici usino la spada mentre salgono. Ma qui non occorreva. I saggi già erano a conoscenza del fatto che il Sole è immobile e noi gli giriamo intorno. E giriamo verso sinistra. Ma la Chiesa ancora non voleva saperne di non essere al centro dell’universo.
Al piano superiore, Baphomet dalle orecchie di fauno, osserva dalla chiave di volta della settima sala. Dio androgino e autosufficiente, più che demone come da tradizione cristiana, sorta di Dio di tutte le religioni, è in perfetto accordo con la filosofia di Federico II, che accolse alla sua corte artisti e scienziati, giuristi e filosofi, uomini di ogni credo e di ogni colore, e ordinò la costruzione del castello nel 1240. Qui, l’Imperatore passava le sue estati e si dedicava alla grande passione per i falchi, su cui scrisse anche un trattato.
Le grandi finestre, rialzate dai gradini, sono fiancheggiate da sedili. Si corre istintivamente a osservare il panorama e si rimane impressionati dall’altezza, che non sembra così tanta mentre percorriamo da fuori la salita. Le stanze terminali erano ai tempi dell’Imperatore la camera da letto e la sala del trono. Quest’ultima è situata sopra il portale d’entrata e, ai lati della bifora, sono poste due nicchie. Il pavimento di queste ultime è staccato dalla parete e, attraverso queste feritoie, era possibile manovrare le saracinesche del portale principale; portale a cui possiamo sovrapporre in un disegno una stella a cinque punte: l’uomo nella sua proporzione divina.
Concentratore di energia, dunque, non castello atto a difesa in caso di guerra, ma pozzo di scienza, arte e spirito. Già dalla facciata che guarda a est. Quando il sole sorge agli equinozi, il primo raggio del giorno entra dalla finestra sopra il portale, esce da quella sul cortile e si posa sul bassorilievo della parete di fronte: un’opera raffigurante una donna, allegoria della Terra.
Che la Dea vi benedica

Per la bibliografia potete consultare l'elenco dei testi forniti per il post sulla morte del portavoce e protonotaro di Federico II: Pier delle Vigne non si è suicidato.

mercoledì 9 dicembre 2015

La tradizione ermetica

Una panoramica sulle origini della tradizione ermetica da Trismegisto ai precursori di Bruno...


Care consorelle e confratelli,
sin dagli albori degli studi ermetici, la ricerca della verità è andata a identificarsi con quella dell’oro primordiale; il progresso consisteva nel ritorno a questa purezza, a partire dalla degenerazione dei vili metalli. Al tempo stesso, l’umanista recuperava l’arte e il pensiero classico, con il Rinascimento dell’antichità.
I ‘maghi’ rinascimentali traevano ispirazione perlopiù da opere del II° e III° secolo d.C., testi più filosofici che religiosi, intrisi di influenze magiche pagane e orientaleggianti. Thot, dio egizio nonché scriba degli dèi, veniva identificato dai Greci con Ermete e dai Latini con Mercurio, e sotto il nome di Ermete Trismegisto si sviluppò una vasta letteratura incentrata su astrologia e scienze occulte, mineralogia ed erboristeria, e di conseguenza sulla fabbricazione di talismani. Fra questi testi, troviamo l’Asclepius, sorta di compendio della religione egizia, in particolare sui processi con cui si trasfondevano le potenze del cosmo nelle statue degli dèi; o il Pimander, una creazione del mondo simile a quella della Genesi ebraica, e testi neoplatonici inerenti studi sull’anima. Gli oracoli caldaici venivano invece fatti risalire a Zoroastro, ed erano documenti sulla magia incantatoria che derivavano dagli inni orfici.
C’è da precisare che, nel clima di tolleranza dell’era imperiale, ogni occasione di entrare in contatto con culture diverse era considerata positiva, non eretica, e la magia rinascimentale scaturita dai testi di quest’epoca rifiutava qualsiasi rapporto con incantamenti neri e diabolici. Comunque, per quanto queste opere siano state attribuite nel corso dei secoli a nomi più o meno noti, sono frutto delle mani di più persone, vissute in vari periodi.
Nel Pimander, la mente divina creatrice dell’uomo apparsa a Trismegisto, si parla sia di creazione sia di caduta, di uomini che devono moltiplicarsi e di predicazioni. Nel suo commento agli scritti ermetici, Ficino stesso sottolineò queste e numerosissime altre relazioni con la Genesi, e arrivò addirittura a chiedersi se, nella realtà storica, Trismegisto non fosse stato Mosè. Il cammino di purificazione avviene attraverso un passaggio da vizi a virtù, in una sorta di “discorso della montagna” che libera l’anima immortale. Tuttavia, negli scritti egizi di tipo panteistico, si parla anche dei quattro elementi e della Terra come Grande Nutrice, perché, se in alcuni filoni la materia è il Male ed è necessario rifuggirla, per altre il mondo è buono perché pieno di divinità. E sugli effluvi divini diffusi dai corpi celesti si basa l’Asclepius, incentrato non a caso anche sui simulacri, ovvero quelle ‘creazioni’ in cui l’uomo, similmente a come ha fatto con lui la divinità, infonde energia, attraverso la cosiddetta magia simpatica (impossibile da scollegare dai testi più prettamente astrologici). Fra gli scritti ermetici, il Picatrix (arabo) è quello che ha più influenzato i trattati sulla magia naturale di Marsilio Ficino. Medico e sacerdote, pubblicò nel 1489 i suoi Libri de vita, trattati medici che si basano perlopiù su astrologia e talismani (si ricorre a piante, profumi e colori collegati a un determinato pianeta, mai alla magia demonica). La Primavera di Botticelli è una trasposizione pittorica delle sue dottrine, raffigurando lo spirito del mondo che investe le creature, più particolari raggruppamenti di piante, fiori e immagini planetarie. Curioso, a questo punto, annotare le sue osservazioni sulla croce, talismano per eccellenza sin dai tempi degli egizi, in quanto le forze celesti raggiungono il massimo della loro potenza quando i raggi sono perpendicolari e ad angolo retto, nel congiungere i punti cardinali. Ficino riprese anche la magia degli inni orfici, che si differenzia da quella talismanica per il carattere più che altro uditivo e vocale.
Sotto l’influenza di Ficino esercitò anche Pico della Mirandola, che aggiunse alla magia naturale la cabala pratica di origine ebraica, tesa a raggiungere forze spirituali superiori a quelle materiali del cosmo, grazie al potere della parola, dai sefirot alla numerologia. Le tesi di Pico furono condannate dalla Chiesa, anche se non si arrivò alle drammatiche conseguenze del successivo Bruno. Se però volete approfondire l’argomento, vi consiglio il bellissimo “Giordano Bruno e la tradizione ermetica” (Laterza) della studiosa rinascimentale Frances Yates (già citata nei post Cinque libri per le streghe e Shakespeare, i Rosacroce e le streghe di North Berwick), dove potrete ripercorrere storie e collegamenti di questo tipo per ben cinquecento pagine.
Che la Dea vi benedica

venerdì 4 dicembre 2015

Streghe e stregoni nella storia

Una galleria di streghe e stregoni celebri nei secoli...


Care consorelle e cari confratelli,
nel corso dei secoli, numerosi personaggi storici sono stati associati alla stregoneria, ma alcune leggende sono frutto di superstizioni e poco hanno a che fare con la vera magia naturale. Per esempio, Giovanna d’Arco e Gilles de Rais (suo protettore in battaglia), condannati al rogo per eresia nel ‘400, sono stati riabilitati dalla Chiesa dopo la loro morte. Salvare la Francia dall’invasione inglese per Giovanna fu una missione divina e, se il popolo la osannò per questo come una santa, alla Chiesa diedero più fastidio le famigerate “voci” che sentiva, associate, in corso di processo, a quelle di elfi e fate. Discorso diverso per William Rufus (Guglielmo II, il Re Rosso, cosiddetto per il colore dei capelli, vissuto tra il 1060 e il 1100), discendente di un capo della Vecchia Religione. Ebbe vari contrasti col vescovo di Duhram e saccheggiò le chiese, di cui accusava il lusso, per combattere la miseria del popolo. La maggior parte dei documenti a noi pervenuta è di origine cristiana, dunque è ovviamente descritto come un mostro, ma le fonti normanne lo dipingono come un uomo mite.
Eleanor Cobham venne accusata di negromanzia nel 1441, insieme a Margery Jourdain, la Strega di Eye, soprattutto per aver consultato degli astrologi, ma fu assolta grazie all’intercessione del marito nobile, il Duca di Gloucester. Fu però accusata di nuovo e confinata nell’isola di Man, dove pare che ancora sopravviva una congrega da lei fondata.
Nel 1668, Parigi fu turbata da una serie di eventi che coinvolgevano un certo indovino di nome La Sage, e il collaboratore Malette (un prete). Arrestati e processati per stregoneria, erano accusati soprattutto per la fabbricazione di filtri d’amore, che venivano caricati nel corso di rituali erotici. Il processo venne però tenuto in gran segreto, perché tra i suoi clienti c’erano numerosi personaggi noti dell’epoca. Si dice che la sua amante fosse una strega volta alla magia nera che praticava il sacrificio di bambini, ma a noi streghe moderne non piace chiamare consorelle elementi del genere, né confratelli i preti corrotti.
Gerald Brosseau Gardner (1884-1964) è stato il fondatore nella neo-stregoneria. Nato in Inghilterra, ma vissuto perlopiù in Oriente, dove era stato iniziato alla massoneria coloniale, è entrato in contatto con i maggiori studiosi di esoterismo dell’epoca, da Aleister Crowley a Margaret Murray, e ha pubblicato “Witchcraft Today”, “The Meaning of Witchcraft”, “A Goddess Arrives” e “High Magic’s Aid.” A causa della sua tendenza a portare avanti rituali soprattutto di magia sessuale, il suo credo ha subito nel tempo numerose scissioni, ma a Castletown, nell’Isola di Man, è ancora presente un museo sulla stregoneria da lui fondato. Anche la sua discepola Doreen Valente ha lasciato alcuni scritti: “An ABC of Witchcraft Past & Present” e “The Rebirth of Witchcraft.”
Charles Godfrey Leland (1824-1903), studioso di folklore di origine americana, fu iniziato al culto “Romagna-Toscana” da una strega da lui chiamata Maddalena, che gli consegnò un manoscritto da cui trasse “Aradia, il Vangelo delle streghe”, su cui si basano alcuni rituali della moderna Wicca.
Alex Sanders (1926-1988) venne invece iniziato in Inghilterra da sua nonna all’età di sette anni. Si sposò con rituale pagano ed è l’autore del Libro delle Ombre, che risente in gran parte degli scritti esoterici della Golden Dawn e l’O.T.O di Crowley.
L’origine della moderna wicca femminista viene però fatta risalire a Zsusanna Szilàgy. Fuggita da Budapest dopo la Rivoluzione Ungherese del ’56, si rifugiò negli Stati Uniti, dove nel 1971 fondò una congrega. Nel ’75 fu arrestata per una legge del ’46 sulla divinazione che, grazie a lei, venne abolita nell’85.

Se volete approfondire l’argomento, potete consultare i testi suggeriti nei post Cinque libri per le streghe e La caccia alle streghe.

Che la Dea vi benedica

mercoledì 2 dicembre 2015

Händel e Lucifero

Il problema della Resurrezione: Oratorio o Cantata sacra?


Forse vi sembrerà stano che Anonima Strega posti un articolo sulla Resurrezione di Cristo, ma nella storia gli dèi assumono tanti nomi, e a me piace risolvere enigmi riguardanti le mie passioni, fra le quali ci sono le strutture narrative, la storia e la musica, dalla cosiddetta ‘colta’ all’heavy metal.
Composta nel marzo del 1708, quando Händel era impiegato a Roma presso il marchese Ruspoli, su libretto di Carlo Sigismondo Capece, La Resurrezione fu eseguita a Roma sotto la direzione di Corelli l’8 aprile dello stesso anno.
In molti affermano che si tratta di un Oratorio, altri di una Cantata sacra. Vediamo un po’ in cosa consiste questo problema luciferino…

“Lucifero torna trionfante all’Inferno perché Cristo è morto, ma uno stuolo di angeli si presenta alle porte del suo regno. Uno di questi gli annuncia che gli abitanti dell’Abisso stanno esultando invano: Cristo, benché morto sulla terra, è risorto nei cieli. Nel frattempo, la Maddalena supplica il sonno di non prenderla, così potrà esaurire tutte le lacrime. Cleofe le consiglia di riposarsi, ma poi si unisce al suo dolore. A consolarle giunge San Giovanni, che le fa sperare nella resurrezione di Cristo, nel terzo giorno dopo la morte. Le due donne, rincuorate, decidono di recarsi al sepolcro, e l’angelo esorta tutti, anche i caduti, a gioire per questo giorno. All’alba, Giovanni, avvicinandosi alla casa di Maria, si augura che la speranza abbia lasciato il posto alla fede, mentre prosegue il dialogo tra l’angelo e Lucifero, che si sente oltraggiato, e ha intenzione di confondere le idee degli uomini. Maddalena e Cleofe stanno per raggiungere la tomba, e Lucifero si dispera, perché qui, le donne troveranno l’angelo, che annuncerà loro la resurrezione di Cristo. Cleofe riferisce le sue parole a Giovanni, che a sua volta parla della visita fatta da Gesù a Maria. Il dialogo è interrotto dall’arrivo di Maddalena che descrive l’incontro avvenuto con Gesù, riconosciuto nel guardiano dell’orto. Giovanni incoraggia a lasciare perdere ogni dubbio e tutti esultano.”

Nell’autunno del 1706, Händel giunse in Italia, dove divenne famoso, soprattutto nel primo anno di permanenza, per la composizione di Cantate da chiesa e non. Il genere da attribuire a quello che per alcuni è il suo primo Oratorio (Il Trionfo del Tempo e del Disinganno) è ancora in discussione, anche se, l’assenza di personaggi appartenenti alla storia sacra e di una vera e propria azione scenica, dovrebbe sciogliere ogni dubbio in merito al fatto che si tratti di una Cantata morale.
Diverso è il problema per quanto riguarda quello che, da varie fonti, è considerato il suo primo, vero e proprio Oratorio: La Resurrezione (1708). Qui ci troviamo di fronte a due parti distinte l’una dall’altra, divise a loro volta in scene.
La prima scena della prima parte si svolge nell’Abisso e ha come dialoganti un angelo e Lucifero; la seconda porta in primo piano Cleofe e Maddalena; nella terza compare San Gioavnni e nell’ultima l’esortazione dell’angelo, che si chiude con un coro.
Nella prima scena della seconda parte abbiamo il monologo di Giovanni che si avvicina alla casa di Maria; nella seconda ancora un dialogo tra l’angelo e Lucifero; nella terza Maddalena e Cleofe si appressano al sepolcro; nella quarta il monologo di Lucifero perdente e, infine, la scena conclusiva che porta in primo piano, in maniera alternata, Cleofe, Maddalena, l’angelo, Lucifero e Giovanni, più il coro di esultanza per la resurrezione.
Fin qui non ci sarebbero problemi nell’attribuire il genere al lavoro di Händel, se non fosse che, persino il suo primo biografo, Mainwaring, parla della Resurrezione come di “una specie di” Oratorio e, analizzandolo bene, si scopre che le azioni sono ben poche (per i ‘profani’: l’Oratorio dovrebbe avere una struttura narrativo-drammatica, a differenza della Cantata, che si articola in una successione di brani). Tutto ciò che di movimentato c’è nella storia, infatti, è raccontato dai personaggi in un secondo momento, dalla visita di Giovanni a Maria (e quella stessa di Gesù alla madre), alla resurrezione.
Si tratta quindi di una Cantata sacra?
Io propenderei per il no. Se si pensa che l’Oratorio fu ideato anche come alternativa agli spettacoli operistici nel periodo quaresimale, l’argomento di questo lavoro potrebbe addirittura portare a ipotizzare una presunta idea di Händel di ricavarne una vera e propria Opera (la sua prima Opera italiana, Il Rodrigo, risale all’ottobre/novembre dell’anno prima); notare che La Resurrezione è stata composta proprio nel suddetto periodo (e non solo rappresentata) aggiunge peso all’ipotesi di vederla come un dramma.
Nel corso del XVIII sec. la forma dell’Oratorio si avvicinò allo stile sia della Cantata sia del Melodramma, e diventò quasi impossibile distinguere un Oratorio con azione scenica esigua da una Cantata sacra.
E, a questo punto, posso tornare al problema di partenza, e trovare, nell’incontro davanti al sepolcro, soprattutto negli attimi immediatamente precedenti, un punto di tensione non indifferente in cui il dramma (Cristo è risorto? Cristo risorgerà?) viene sciolto dal personaggio dell’angelo, il quale annuncia che Cristo è già risorto; ma la tensione ancora non scende, perché Maddalena e Cleofe vanno alla sua ricerca e, anche se il riconoscimento non avviene davanti agli occhi degli spettatori, le parole di Maddalena: “Cleofe, Giovanni, udite,/Udite la mia nuova alta ventura!/Ho veduto in quell’horto il mio Signore” suonano come una risoluzione finale.
E se la trascrizione del Prof. Gugler dice il vero (visto che esiste l’autografo di H.), l’iscrizione “Fine dell’Oratorio” alla conclusione della partitura e le stanghette orizzontali fra scena e scena del testo (come a sottolineare il passaggio dall’una all'altra) non sono indizi da poco.
A questo punto è facile immaginare il canto degli angeli provenire dalle finestre sopra l’altare dell’Oratorio...

Al di là del tema ostico o, per contro, il celebre Hallelujah dal Messiah, di Händel vi consiglio di ascoltare il Trionfo del Tempo e del Disinganno (di cui vedete in foto l’inizio della partitura), contenente la sua aria più famosa, “Lascia la spina”, poi diventata “Lascia ch’io pianga” nel Rinaldo.

lunedì 30 novembre 2015

Il vampiro classico

Il vampiro nella letteratura dell’Ottocento e del Novecento.


Se la letteratura vampirica può in un certo senso partire con i libertini bevitori di sangue di De Sade o con i poemetti del tardo Settecento di Robert Southey Coleridge ("Christabel" e "Thalaba the Destroyer"), John Keats ("Lamia"), Novalis ("Inni alla Notte), Goethe ("Die Braut von Corinth"), la prima vera novella a tema vampiresco, “The Vampire”, risale al 1819. Firmata Byron, è in realtà stata scritta dal segretario Polidori, ed è il modello di riferimento per tutta la letteratura popolata da vampiri classici, dai racconti "Vampirismus" di Hoffman (1828), "Lord Ruthwen et les vampires" di Nodier (1830), "Il Vij" di Gogol (1835), "La morte amoreuse" (o "Clarimonde") di Gautier (1836) ai sonetti di Baudelaire "Le Vampire", "La Fontaine de Sang" e "Les Metamorphoses du Vampire."
Fra il 1845 e il 1847, un autore anonimo inglese (probabilmente un collettivo) pubblicò più di 220 dispense del feuilleton "Varney The Vampire" e, nel 1849, anche il maestro della letteratura d’appendice Alexandre Dumas lasciò il romanzo "Les Mille et un Fantomes", contenente un capitolo sul vampirismo dal titolo "La bella vampirizzata."
Nel frattempo, però, anche un grande autore come Tolstoj si era dedicato all’argomento, con le novelle "La famille du Vourdalak" (1847) e "Le vampire e Amena."
E ancora poesie, con Lautréamont ("Chants de Maldoror", 1868) e Vasile Alecsandri ("Strigoi").
Il celebre racconto lungo di Le Fanu, "Carmilla", che introduce il vampirismo lesbo, è del 1872, mentre il primo romanzo sui vampiri vero e proprio risale al 1875, ed è stato scritto dal romanziere d’appendice francese Paul Feval: "La ville vampire."
Gli Scapigliati nostrani hanno dato il loro apporto con "Penombre" (1864) e "Fiabe e leggende" (1867) di Emilio Praga, e l’Italia torna anche nel racconto di Francis Marion Crawford, autrice di romanzi gotici a sfondo romantico, "Fort the blood is life" (1880).
Altri autori noti come Kipling o Montague Rhodes James scrissero di vampiri, rispettivamente nel poema "The vampire" e nel racconto "Count Magnus", ma anche Paul Verlaine nelle sue poesie.
Il 1897 segna infine l’uscita del celeberrimo "Dracula" di Bram Stoker.
Il nostro Luigi Capuana scrisse il racconto "Un vampiro" nel 1907, mentre il primo ‘ciclo’ risale a Gustave Le Rouge, con "Le prisonnier de la planète Mars" (1908) e il sequel "La guerre des vampires" (1909), tentativo di commistione fra horror e sci-fi.
Anche il Nobel per la letteratura Wladyslaw St. Reymont, nel corso della sua carriera, ha scritto un romanzo a tema vampiresco: "Il vampiro" (1910), mentre Gaston Leroux ha accennato l’argomento in "La poupée sanglante" e "La machine assaissiner."
Hanns Heinz Ewers scrisse sia romanzi ("Alraune", 1911; "Vampir", 1920) sia racconti ("La salsa di pomidoro") sui vampiri, mentre il futurista Maciariello stampò nel 1922 l’antologia in versi "Canti malvagi", contenente "Il tuo sangue."
Dopo i racconti "And no bird sings" e "Mrs. Amworth" (1923) di Benson, gli anni ’20 sono dominati dai giallisti, da Conan Doyle a Irving Goodwin, con, rispettivamente, l’avventura di Sherlock Holmes "The Sussex Vampire" (1927) e "Il vampiro."
Gli anni ’30 vedono invece lo sviluppo della narrativa pulp americana, con le storie di Marion Brandon ("The dark castle", 1931), Franklin W. Ryan ("The last earl", 1933), il serial di Hugh Davidson. "The vampire master" (a partire dal ’33), McClusky ("Loot of the vampire", 1936), Kuttner ("I, vampire", 1937), la moglie C.L. Moore ("Scarlet dream") e soprattutto Clark Ashton Smith, con gli universi di "Zothique" e "Averoingne."
Con il surrealismo, incontriamo invece il nostro Tommaso Landolfi ("La pietra lunare", 1939) e il romeno Ghérasim Luca ("Le vampire passif", 1945).
Autori noti di fantascienza come Ray Bradbury, Richard Matheson, E. C. Tubb e Theodore Sturgeon ci hanno lasciato opere a tema vampirico, rispettivamente con i racconti "The man upstairs" (1947), "Drink my blood" (1951), "Fresh Guy" (1958), e il romanzo "Some of your blood" (1961).
Gli anni ’60 si disperdono nella creazione di numerosissime collane horror e la novelization di film famosi, dai "Racconti di Dracula" a "KKK Classici dell’Orrore", che pubblicarono i romanzi di Marion Wales ("Alle soglie dell’Inferno", 1968) e Liz Lawrence ("Il vampiro", 1969).
Dopo la serie di racconti di Neally Kaplan e Michael Avallone, e la novelization tratta dal telefilm "Dark Shadow", gli anni ’70 vedono una serie di romanzi di Philip Josè Farmer ("The image of the beast", 1970; "Blown", 1971) e di Robert Lory ("Dracula returns", 1972; "The hand of Dracula", 1973). Riprendono quota anche le collane nostrane, con ottimi scrittori come Inisero Cremaschi, Giuseppe Pederiali e Franco Tamagni.
Gli anni ’70 segnano però anche l’uscita di due (relativamente recenti) cult del genere, "Intervista col vampiro" di Anne Rice (1976) e "Le notti di Salem" di Stephen King (1977).
Del ’77 sono anche "The blood of Dracula", di Jack Hamilton Teed, sequel del romanzo di Stoker, e "Dracula Unborn" di Peter Tremayne, autore pure di altri romanzi a tema come "The revenge of Dracula" (1978) e "Dracula, my love" (1980).
Il romanzo più affascinante dei ’90 è, forse, "The secret life of Laszlo, Count Dracula", di Roderick Anscombe (1994), dove i temi del vampirismo si mischiano a quelli della psicanalisi.
Gli anni 2000 vedranno imperare i vampiri romance alla Meyer e alla Harris, ma questa è storia recente, e la conosciamo a menadito.
Per approfondire l'argomento, non solo per quanto riguarda la letteratura, ma anche il cinema, il teatro, l'arte e il folklore, potete leggere il saggio di Cammarota - I vampiri (Fanucci). Se però non avete letto almeno i romanzi insieme a questo saggio nella foto in alto, per punizione dovrete donare un litro di sangue.
Che la Dea vi benedica




Edizione di "Intervista col vampiro" precedente all'uscita del film di Neil Jordan

venerdì 27 novembre 2015

Pier delle Vigne non si è suicidato

Il celebre suicida dell'Inferno di Dante è in realtà morto a seguito di un'aggressione della folla...


Chi, leggendo l’Inferno di Dante non è rimasto affascinato dalla figura del suicida Pier delle Vigne? Ebbene, pare che il celebre personaggio storico vissuto alla corte di Federico II non si sia affatto suicidato, né che sia morto accecato nella fortezza di San Miniato.
Alcuni recenti studi dimostrano che, nell’aprile del 1249, giunse nella chiesetta dello spedale (no, non è un refuso, all'epoca si chiamava così, dall'antico fiorentino) di Pisa. La Chiesa di S. Andrea sorgeva all’interno delle mura della città, a ridosso del margine sud-orientale, lungo l’Arno, nel quartiere della Barattularia. Se si fosse vociferato di tentato suicidio, delle Vigne non avrebbe potuto ricevere l’estrema unzione, né essere ricoverato in luogo consacrato.
Pier delle Vigne discendeva da una famiglia né ricca, né nobile, e aveva raggiunto le più alte cariche alla corte di Federico II grazie alle sue abilità. Portavoce di Federico e Protonotaro del Sacro Romano Impero, era stato arrestato a Cremona una notte di febbraio per motivi oscuri e poi condotto al castello di Borgo San Donnino. Trasferito nella Fortezza imperiale di San Miniato, era stato accecato per ordine dell’Imperatore e, al seguito della corte, spostato verso Pisa.
Il corteo era arrivato da Via Guazzolungo e, entrando in città, l’uomo aveva dovuto sopportare le grida e gli insulti della folla, forse qualche pietra. Cieco, sessantenne, a cavallo e con i polsi legati, come avrebbe potuto mantenere l’equilibrio? Probabilmente era caduto a terra tra l’orrore e la gioia del popolo pettegolo che si era divertito a dileggiare un potente caduto in disgrazia.
Le missioni di pace presso il Papa non avrebbero dovuto far pensare a un suo tradimento; aveva condotto numerose ambascerie per difendere l’Imperatore dalle scomuniche; stimava ogni classe sociale, anche le più umili, e teneva in alta considerazione ogni razza e ogni credo, così, aveva sostituito uomini di Chiesa e collaboratori nobili con burocrati e giuristi come lui. Proprio per questo, anche se dopo la disfatta di Parma era rimasto per Federico l’unico punto d’appoggio, loschi consiglieri lo spinsero alla rovina per invidia e sete di potere.
L’Imperatore ordinò che i beni già confiscati a Pier e ai suoi parenti venissero restituiti alla Curia arcivescovile di Capua. L’infamia gettata sul suo nome finì per coprirlo del tutto e, per nasconderlo alla memoria delle generazioni a venire, il suo nome scomparve da ogni documento ufficiale; se talvolta riaffiorava da qualche carta inutile e volutamente tenuta in scarsa considerazione, era solo per essere associato alla parola “traditore.” La moglie e il figlio non poterono neppure dare degna sepoltura alle spoglie, forse cumulate nella cripta della Barattularia.
In seguito, però, pure Federico II venne colpito da un misterioso male che lo costrinse pressoché all’infermità. La segreteria fino a poco tempo prima diretta da Pier delle Vigne era passata nelle mani di Gualtiero di Ocra, sacerdote su cui correvano voci di un suo attentato nei confronti del Papa, e non era al di fuori che stesse agendo sullo spirito ormai debole dell’Imperatore, anche a discapito del suo predecessore. A delle Vigne non era andato a genio il ripristino di alcuni benefici feudali da parte di Federico II, dato che ne sarebbe stata compromessa l’immagine laica che di lui si era fatto il popolo, ma l'ipotesi dello sventato accordo col Papa appare esagerata e fuori dalla sua sfera d'azione; tanto più inverosimile quella che lo vedeva sottrarre ingenti somme di denaro dalle casse del Regno, quando semmai era il motivo contrario, a renderlo inviso a qualcuno.
Più probabile che Gualtiero raccontasse bugie a Federico II a suo vantaggio (come in precedenza era già successo in riferimento a presunti tentativi di avvelenamento) e lo aiutassero in questo il Conte di Manupello e Riccardo Conte di Caserta, che avevano subìto spesso, da parte di delle Vigne, le lamentele dell’Amministrazione Fiscale. In particolare il Conte di Caserta, poi sposo della figlia naturale di Federico, Violante, sorella del più celebre Manfredi (pure lui sopravvissuto ai secoli grazie a Dante), sembra non sia stato al di fuori degli intrighi che portarono alla morte l’Imperatore stesso, e fa parte della schiera di traditori che, nel corso della battaglia di Benevento del ’66, furono causa indiretta della morte dell’erede ‘bastardo’ Manfredi.

Bibliografia:
Renato Papale - Morte accidentale di un Logotheta (ETS)
Antonio Casertano - Un oscuro dramma politico del secolo XIII (Sveva Editrice)
Eberhard Horst - Federico II di Svevia, l'Imperatore filosofo e poeta (BUR)
Renato Russo - Federico II e le donne (Editrice Rotas)
Bianca Tragni - Il Re solo, Corrado IV di Svevia (Mario Adda Editore)
Giulio Cattaneo - Federico II di Svevia, lo specchio del mondo (Newton & Compton)
Angela Picca - Syfridina, contessa di Caserta (Edizioni Ciac)
Maria De Palo - Elena, una donna una regina, la tragica vicenda della sposa di Re Manfredi (Bastogi)
Raffaello Piracci - Elena Comneno (Il Tranesiere)
Stefania Mola - Castel del Monte (Mario Adda Editore)
Ecclesia Omium Sanctorum de Trani (Editrice Cacucci)

mercoledì 25 novembre 2015

Il giorno del sambuco



Care consorelle e confratelli,
col giorno di oggi, entriamo nel mese di Ruis (il Sambuco). Albero magico, fornisce il legno al flauto rituale e la bacchetta del comando, e le bacche alla bevanda sacra dei druidi. Appeso fuori dalle stalle protegge il bestiame, ma in cucina o bruciato porta sfortuna. 
Il tempo mistico degli antichi celti era scandito dal calendario degli alberi, e ogni mese (13, perché modellato sulle lunazioni) era dedicato a un particolare albero che ne caratterizzava la stagione, sia a livello naturale sia metaforico. Ricostruito sulla base dell'antica tradizione druidica, lo trovate per intero nella scheda "Nozioni magiche", alla voce "Festività pagane."
Se volete approfondire l'argomento, oltre al più volte citato "I segreti della stregoneria" di Jean de Blanchefort, vi consiglio la lettura dei saggi "Il segreto dei druidi" di Peter Berresford Ellis (Piemme), "La magia dei celti" di Pina Andronico Tosonotti (Xenia) e "I celti - barbari d'occidente" di Christiane Eluère (Electa/Gallimard).
Che la Dea vi benedica



lunedì 23 novembre 2015

Shakespeare, i Rosacroce e le streghe di North Berwick

"Ewphame Macalzean, accusata di essere stata presente al convegno nella Chiesa di North Berwick venti giorni prima di San Michele, nel 1590, dove essi chiesero l’effigie del Re data da Agnes Sampson al Diavolo perché la stregasse per il proditorio assassinio del Re. Inoltre, accusata di essere stata presente al convegno tenuto al porto chiamato Fayrie-Hoillis, l’ultimo Lammas con lo scopo suddetto. Inoltre, accusata di essere stata presente al convegno con altre note streghe tenuto a Browme-hoillis dove essi andarono per mare e Robert Grierson era capitano al fine di trattenere la Regina con una tempesta. Inoltre, accusata di aver consultato la detta Agnes Sampson, Robert Grierson e varie altre streghe per ritardare proditoriamente il ritorno della Regina con vento e tempesta e di aver scatenato una tempesta a tal fine e per annegare Sua Maestà e il suo seguito, praticando incantesimi su gatti e gettandoli in mare a Leith, dietro la casa di Robert Grierson...”


Quello che avete appena letto è un estratto dagli atti di un processo avvenuto in Scozia nel giugno del 1591. La maggior parte dei dettagli relativi alla vicenda è ricavata dal saggio “Le streghe nell’Europa Occidentale” dell’antropologa Margaret Murray, e le streghe di North Berwick sono passate alla storia perché il loro Diavolo era il cugino di Giacomo VI: Francis Stewart Conte di Bothwell, intenzionato a scatenare una tempesta per uccidere il Re.
L’ufficiale della congrega, John Fian, era stato processato il 26 dicembre del 1590; l’altro cardine, Agnes Sampson, il 27 gennaio, con una cinquantina di capi d’accusa a carico; Barbara Napier, altro leader, l’8 maggio, per essere strangolata e bruciata (poi assolta, perché incinta). La Sampson e Fian erano stati torturati (come di regola per i processi di alto tradimento), affinché rivelassero il nome del mandante, dato che la tempesta realmente scatenatasi, raggiungendo quasi lo scopo, aveva attirato l’attenzione dei curiosi. Nell’affare erano rimasti coinvolti in trentanove (settanta persone implicate in tutto), ma l’accusa si era concentrata su quattro dei nove leader. I rimanenti nomi erano emersi dalle loro confessioni.
John Fian confessò di aver contattato Marion Linkup per trovarsi sul mare, dove Satana scatenò la tempesta. Agnes Sampson fu accusata di aver scelto Geillis Duncan come mandataria del biglietto scritto da Fian: “Marion Linkup, tu devi avvertire le altre sorelle di levare il vento questo giorno alle ore undici per impedire il ritorno delle Regina in Iscozia.” I partecipanti chiamati alle saline avrebbero dovuto agire da est e unirsi a quelli già là.
Barbara Napier faceva parte dei nove fedeli che si erano riuniti al porto di Aitchesounes-heavin, l’ultimo Lammas, dopo il ritorno del Re dalla Danimarca. Agnes Sampson, Jonet Stratton, Ewphame Macalzean, Barbara Napier, John Fian, Robert Grierson, la moglie di George Mott di Preston, Margrett Thomson e Donald Robson, insieme al Diavolo, formavano il gruppo dei fedeli chiamato ad agire.
Il Diavolo assicurò che avrebbe fatto il possibile per aiutarli, e incaricò Ewphame e Barbara di plasmare un’immagine di cera raffigurante il Re; ordinò di arrostire un rospo e di mescolare le gocce del suo sangue al veleno, per poi farlo gocciolare dalle porte dove Sua Maestà era solito entrare o uscire. Tutto ciò avrebbe dovuto ucciderlo e il governo del paese sarebbe passato in mano al Diavolo. Margaret Thomson avrebbe dovuto far gocciolare il rospo e alla Linkup fu affidato l’incarico di entrare in possesso della biancheria del Re.
La versione di Agnes concordò, ma aggiunse le parole del Diavolo una volta davanti all’immagine di cera: “Questo è il Re Giacomo Sesto che sarà consumato su richiesta di Francis Stewart conte di Bothwell.”
Il conte di Bothwell era nipote del terzo marito di Maria Stuart, colui che causò la rivolta e segnò il tragico destino della Regina.
In precedenza, Maria si era sposata con un cugino, Lord Darnley, padre del futuro Re Giacomo, ma, seguendo i suggerimenti del consigliere, aveva rifiutato al marito la corona. Darnley aveva reagito facendo uccidere il consigliere davanti alla Regina e accusandola di esserne l’amante. Maria finse la rappacificazione col marito poco prima che questi venisse a sua volta assassinato. I sospetti e le accuse piombarono quindi sul nuovo favorito, Bothwell, che rapì Maria e fuggì con lei a Dunbar Castle. Assolto, la sposò.
Sia i protestanti sia i cattolici si ribellarono alle nozze tra un protestante e la Regina cattolica per eccellenza. Maria e Bothwell affrontarono gli insorti, ma l’esercito reale si rifiutò di combattere. Il Conte fu così costretto a rifugiarsi prima in Norvegia, poi a Copenaghen, e i nobili scozzesi forzarono Maria ad abdicare. Imprigionata mentre Giacomo diventava Re, vide annullato il suo matrimonio con Bothwell che, isolato nel castello di Dragsholm, morì pazzo.
Maria, durante i vent’anni di prigione e la successiva fuga in Inghilterra, non smise di intrigare contro Elisabetta I, considerata da lei bastarda e quindi erede non legittima, perché avuta da Enrico VIII dopo il divorzio e non la morte della precedente moglie. I cattolici cospirarono a lungo per imporla al posto di Elisabetta e, per complicità in una di queste trame, fu giustiziata.
Ecco che, invece, sul trono c’era adesso un erede altrettanto illegittimo!
Il Nostro Bothwell era nipote sia del suddetto Conte, sia di Giacomo V, padre di Maria. Il Papa aveva difatti legittimato i due figli naturali di Giacomo, e il padre di Francis, più anziano, sarebbe stato l’erede. Quale sdegno avrà provato nel veder salire al trono il figlio di Maria e Darnley, che oltretutto fu assassinato prima di indossare la corona?
Quando il fatto venne a galla, Bothwell negò tutto, e l’accusa di alto tradimento cadde per mancanza di prove. La Sampson ammise che l’effigie le era stata richiesta da lui, ma la vera compromissione sarebbe arrivata da Fian, che aveva firmato la confessione alla presenza del Re.
Fian fu affidato al custode del maestro del carcere e rinchiuso in una cella singola; sotto tortura ammise di aver seguito i disegni del Diavolo e fece voto di diventare un perfetto cristiano, ma la notte successiva fuggì dalla prigione. La versione ufficiale fu che Fian riuscì a prendere le chiavi della cella e a fuggire (non lo avrà aiutato qualcuno?), ma fu catturato nuovamente e ritrattò. Scelse il martirio e, neppure sotto tortura, parlò più della tempesta. Strangolato e con le gambe spezzate, fu bruciato alla fine del gennaio del ’91 a Castle Hill.
La detta Agnes Sampson confessò che il Diavolo li aspettava nella Chiesa di North Berwick in forma o similitudine umana e faceva esortazioni blasfeme e fortemente inveiva contro il Re di Scozia e li faceva giurare che gli avrebbero reso buoni servigi e sarebbero stati fedeli, poi andò via. Fatto questo, essi tornarono sul mare e quindi a casa. Allora le streghe chiesero al Diavolo perché avesse tanto in odio il Re ed egli rispose per la ragione che il Re era il più gran nemico che avesse al mondo.”
Per la vigilia d’Ognissanti, il Diavolo aveva radunato gli adepti per il consueto convegno nella Chiesa di North Berwick. C’erano circa centoquaranta persone e molte erano arrivate a cavallo da lontano. Salì sul pulpito con un libro in mano, e disse: “Sarò Buon Maestro se voi sarete Buoni Servi.”
Ma Ewphame ancora non aveva plasmato l’immagine di cera.
“Dov’è ciò che avete promesso?” tuonò Robert Grierson alla sinistra di Bothwell.
“Dov’è l’immagine di Sua Maestà?” chiesero altre donne volgendosi verso Barbara, l’altra incaricata.
Barbara la promise per l’incontro successivo. Presto si sarebbe tenuta una nuova assemblea.
Il Sabba iniziò con gli omaggi al Diavolo che si era presentato con una maschera d’aquila dietro la testa, per apparire bifronte, in saluto all’estate che se ne andava e all’inverno che arrivava. Tutti lo baciarono sugli orecchi rinnovando i voti di fedeltà e lui chiese i resoconti degli incantesimi di ognuno.
Barbara Napier danzava ubriaca, Geillis Duncan suonava lo scacciapensieri, John Fian guidava le danze. Nel particolare ballo chiamato “Follow my leader”, gli adepti si disponevano in cerchio, e il secondo del Diavolo, Fian, chiudeva la fila e comandava le mosse.
Al cantare del gallo il Gran Maestro dichiarava chiuso il convegno con un colpo di gong.
Però, neppure per l’assemblea successiva fu pronta l’immagine di cera, e Grierson parve ancora più arrabbiato: “L’avete già promesso due volte, ci avete ingannato!”
Bothwell ripeté le esatte parole che aveva pronunciato al primo litigio, ormai in una giustificazione aperta della Napier (sarà stato suo, il figlio per cui venne in seguito assolta?).
Fian fu interrogato in merito al perché del sacrificio del gatto, e rispose che, in un convegno a Browme-Hoillis, il Diavolo aveva ordinato a tutti di cercare gatti da gettare in mare, per levare tempeste in grado di distruggere navi. La lettera riguardo la congiura era stata consegnata alla congrega di Leith. Otto giorni dopo, a casa di Wobster, Agnes Sampson, Jonnet Campbell, John Fian, Geillis Duncan e Meg Dunn battezzarono il gatto; poi, a casa di Beigis Tod, gli legarono alle zampe delle articolazioni umane e, con la Campbell, lo scortarono al molo di Leith, a mezzanotte.
Dopo Fian, anche Agnes confessò sotto tortura. La maggior parte dei capi d’accusa a lei imputati riguardava la cura o l’uccisione con le formule magiche.
La prima volta che Agnes servì il Diavolo fu dopo la morte del marito. Mossa dalla povertà, rinunciò a Cristo e gli chiese di rendere lei e i figli ricchi e capaci di vendicarsi con i nemici. La seconda volta fu marchiata.
Era stata esaminata dallo stesso Re a Holyrood Castle, dove venne rasata e spogliata per verificare la presenza del marchio del Diavolo, trovato negli organi genitali. Venne fissata al muro della cella con il laccio della strega, uno strumento di ferro con punte acuminate che forzavano la bocca: due contro la lingua e due pressate contro le guance. Stava perdendo i sensi, quando confessò in merito alle accuse.
In aprile, nel giorno in cui Grierson morì in prigione sotto tortura, Richard Graham accusò Bothwell: “Mi offrì un anello di vari colori e mi disse che c’era uno spirito rinchiuso per mezzo del quale era in grado di prevedere il futuro e leggere nei pensieri della gente. Io ovviamente disdegnai quell’anello. Non abbiamo mai parlato di sua Maestà. Ci sono molte dicerie sul mio conto ed escono tutte dalla bocca di persone invidiose.”
Graham affermò che il servo di Bothwell, Archibald, aveva ricevuto più volte del denaro dal suo padrone in cambio della promessa di aiutarlo a eliminare il Re.
Bothwell comparve davanti al Consiglio del Re e ammise di aver conosciuto Graham qualche anno prima, ma aggiunse: “Mandate pure a chiamare Archibald. La testimonianza di Graham non gode di alcun credito e pure se Archibald testimonierà contro di me sarà solo la sua parola contro la mia e non ci saranno prove. Vi prego di dirmi di cosa sono accusato veramente, Sire” fu la difesa di Bothwell.
“Ho in mano la sua vita, Conte, non insinui...”
“Si dovrebbe trovare un’altra ragione per accusarmi oltre a quella di oggi.”
“Quella di oggi mi pare sufficiente.”
“Non ci sono garanzie che ciò che dice Graham sia vero.”
“Lui mi ha ordinato di agire contro di voi Maestà!” disse Graham.
“Lascio a voi di rispondere a voi stessi. Tornerò al mio castello sperando che venga presa una decisione saggia” concluse Bothwell, rivolto al Re.
E colpevole fu trovato il servitore che non si presentò.
In estate vinse la tesi che vedeva Richard Graham come un negromante bugiardo e ignorante. L’accusa condotta contro un nobile come Bothwell da un infame si era rivelata inverosimile. In passato Graham era stato spesso consultato per stregoneria, ma nella cospirazione contro il Re aveva superato ogni limite. Bothwell inviò una lettera al ministro in cui ripeté la sua difesa e si dichiarò di nuovo innocente. Graham fu bruciato nel febbraio del ‘92
Ma torniamo al pavido Giacomo VI. Possibile che non avesse arruolato spie, per acciuffare tutti questi invisibili? La nota studiosa Frances Yates (nella foto vedete tre fra i suoi saggi sul tardo Cinquecento) allude spesso a legami fra la setta esoterica dei Rosacroce e Shakespeare, ma, non avendo prove, può solo lasciarci immaginare le conclusioni che sono state portate avanti - seppur in maniera non dimostrabile - dal giornalista e conduttore televisivo Gabriele La Porta, ovvero che gli “attori” - così si definivano i rosacrociani - non fossero altro che la compagnia teatrale di Shakespeare.
Quando Giacomo VI divenne Giacomo I, in successione di Elisabetta d’Inghilterra, Shakespeare faceva parte della Compagnia del Lord Ciambellano e, secondo varie teorie susseguitesi nei secoli, era un semplice attore che prestava il nome a un occulto scrittore che scriveva drammi per il Re.
L’occulto scrittore in questione non era altri che Francis Bacon, sempre secondo queste teorie figlio illegittimo della Regina Elisabetta e del Conte di Leicester. Cresciuto come “figlio del Lord Guardasigilli”, rimase in silenzio, dato che quando l’altro fratello naturale tentò di rivelare la sua vera identità, fu imprigionato e ucciso nella torre di Londra. Bacon si rese conto che non poteva scrivere allo scoperto le allusioni che gli premevano, quindi si nascose dietro l’umile attore e uomo di commercio che, in verità, non scrisse mai drammi in vita sua. Però mi è sempre sembrato sospetto che gli anni perduti della sua biografia si concludessero insieme alle vicende di North Berwick, con la salita alle cronache del 1592.
Il titolo dell’ultima commedia - La Tempesta - già ci riporta all’altro Francis, anche se i più ricollegarono la vicenda alle recenti scoperte fatte nel Nuovo Mondo. Secondo me, i racconti dello - chiamiamolo - “spione esoterico al servizio di Sua Maestà” - avevano scatenato in Bacon l’ira verso colui che aveva innescato quel meccanismo sentendosi l’erede al trono legittimo al posto di Giacomo, non sapendo che in realtà c’era al mondo chi ne aveva ancor più diritto. Numerose dicerie sull’identità dell’autore si sollevarono sulla “Francis B” che apparve sui manoscritti, e la prima parola della Tempesta (Botheswane: Nostromo) fu presa a pretesto del fatto che Bacon ne fosse l’autore. Forse l’allusione è stata fraintesa?
Niente trono per chi si chiama Francis B.
Ci sarà sempre un Cesare che rischierà la vita in una congiura. Bothwell e Fian, novelli Bruto e Cassio, avevano visto il loro sodalizio sgretolarsi giorno dopo giorno, fino alla morte del più debole. Ecco storici drammi di bastardi e alti tradimenti, tempeste e congiure, eredi più o meno legittimi e impostori di Berwick.
Certo, non troverete prove su alcun saggio, però mi piace pensarlo.
Francis comunque cercò il perdono del Re, ma quando nel luglio del ’93 fu introdotto a Holyrood Palace, Giacomo, impaurito, si rifiutò di vederlo e tentò di rifugiarsi nelle stanze della Regina. Gli amici di Bothwell glielo impedirono sbarrandogli la strada e chiudendolo a chiave nella stanza. Nessuno, in verità, aveva creduto alla sua innocenza. Lui, la moglie e i bambini sarebbero stati segnati a vita. E il nostro Diavolo/Prospero fallito si rifugiò a Napoli, dove morì in povertà.